Il frate: «Sapevo di rischiare ma ho seguito il Vangelo»

Il racconto del priore di Château Verdun dove da secoli si accolgono i fuggiaschi

Giuseppe Marino

«Abbiamo rischiato, come da sempre si fa qui, e le abbiamo accolte. L’accoglienza è il nostro carisma: chi altri avrebbe dovuto ospitarla se non l’avessimo fatto noi?». Lo ripete più volte il 71enne padre Francis Darbellay, mentre aggiunge, spiazzante, che «abbiamo ospitato anche Giovanni Paolo II, e se viene ospitiamo anche lei». Parla in un italiano chiarissimo ma con uno spiccato accento svizzero-francese il priore di Château Verdun, casa d’accoglienza dei canonici del Gran San Bernardo.
Il convento dell’XI secolo, a un lancio di sasso dalla Svizzera e appena fuori l’abitato di Saint Oyen, Val d’Aosta, è da secoli un punto di sosta per i viandanti in cerca di rifugio. Come succedeva durante la Seconda guerra mondiale, quando questo posto era considerata una specie di zona neutrale, e all’ombra della bandiera svizzera si ospitava senza troppe domande chi fuggiva dai tedeschi. «Allora si rischiava anche di più - spiega padre Francis, che ha 71 anni - e noi siamo abituati a non fare distinzioni, né di colore della pelle, né di religione. Così quando don Danilo, il bravo parroco di Cogoleto, ci ha chiamato raccontando la storia di questa bambina, non abbiamo esitato un istante». La piccola Maria e le nonne sono state in mezzo a questi boschi fin dal primo giorno, fin da quando è scoppiata la vicenda che l’ostinazione di una giovane coppia di provincia ha sorprendentemente trasformato in un caso internazionale. La bimba bielorussa dormiva in camera con una delle due nonne, che la portavano a spasso nei boschi, la lasciavano giocare con altri bambini ospiti nelle 60 stanze del convento (frequentato tanto da scolaresche in gita che da gruppi in ritiro spirituale), le facevano da insegnante. «Senza mai nascondersi, nemmeno ai 200 abitanti del paese di Saint Oyen - racconta l’anziano religioso - A Maria piaceva giocare, guardare le mucche nella stalla. Una bimba allegra, con cui non ho mai parlato delle brutte cose che le sono successe, perché girare il coltello nella piaga? Per lei sono state tre settimane di ferie. Ma spero che siano servite, che si riveleranno importanti, non solo per Maria, ma per migliaia di bambini, in Italia e in Bielorussia». «Ferie» che hanno appassionato due nazioni, che hanno fatto sperare molti e infuriare altri. Interrotte ieri mattina dalla visita di due carabinieri della stazione di Saint Oyen. «Ci hanno chiesto se la bimba era da noi e gli abbiamo risposto di sì - dice padre Francis -. Non nascondiamo niente. Tutto si è svolto con tranquillità. Nel pomeriggio sono arrivati gli altri militari dalla Liguria, gliel’abbiamo consegnata e loro ci hanno ringraziato». Intanto le «nonne», padre Francis e gli altri tre frati di Château Verdun non hanno saputo trattenere le lacrime.
«Ci eravamo affezionati. E ora povere quelle due signore, sono un po’ in crisi», dice asciutto il religioso, che non vuol sapere chi è stato a denunciare la presenza della bambina: «A queste cose ci pensa la Provvidenza, qui è un porto di mare, passano tante persone, qualcuno avrà capito dopo essere andato via, guardando la tv. Noi qui neanche l’abbiamo, le notizie ci arrivano il giorno dopo». E ora, che potrebbe arrivare la notizia di una denuncia? Padre Francis non arretra: «Non importa, sono anche pronto ad andar dentro. Preferisco sbagliare di fronte alle leggi dello Stato che di fronte a quelle del Vangelo ».