«Fratelli africani, fermatevi: L’Europa è un falso Eldorado»

Ha attraversato a piedi il deserto algerino, raggiunto le Canarie in gommone, dopo una traversata nella quale ha visto morire tutti i suoi compagni di viaggio. La morte è un fantasma che conosce bene. L’ha sfiorato più di una volta, come quando ha tentato di arrivare a Lampedusa su un’imbarcazione di fortuna, per poi scampare al naufragio: le autorità italiane lo hanno trattenuto 48 ore e poi rispedito in Marocco. Dopo due anni da clandestino a Madrid, ha deciso di attraversare la frontiera franco-spagnola chiuso nella cella frigorifera di un camion. A Parigi lo hanno arrestato.
Per tre lunghi anni Omar Ba le ha provate tutte per raggiungere l’Europa. In testa il sogno - meglio l’ossessione - di una terra ricca e accogliente. Voleva lasciare il Senegal, la sua casa a 70 chilometri da Dakar, per rifarsi una vita. Oggi, all'età di 28 anni, dopo essere riuscito a raggiungere l’Europa con un regolare permesso di studio, Omar - dipendente di un’Ong - lancia il suo grido d’avvertimento all’Africa e agli africani: «Aprite gli occhi, l’Europa è un falso Eldorado, non è il luogo che immaginate e che vi hanno descritto. L’immigrazione non è l’unica speranza per il futuro». E quella clandestina «è assassina». Lo ripete al Giornale, raccontando il contenuto del suo ultimo libro, appena pubblicato in Francia e all'origine di un acceso dibattito: Je suis venu, j’ai vu, je n’y crois plus (Sono venuto, ho visto e non ci credo più).
Omar, che cosa ha visto che le ha fatto cambiare idea?
«Ho visto e vivo un'Europa agli antipodi di quella che mi è stata raccontata da quand’ero bambino. Mi parlavano di un'Europa dove si poteva trovare facilmente un lavoro, fondare una famiglia e realizzarsi facilmente».
E invece?
«Invece il risveglio da quest'incanto è stato brutale. Alcuni sono costretti a vivere per strada o sono stipati in appartamenti minuscoli e spesso insalubri».
Non tutti, però, vivono in queste condizioni.
«Anche molti di coloro che vivono qui da generazioni faticano a trovare una stabilità. Tanti svolgono due lavori per arrivare alla fine del mese. Gli europei stessi fanno sforzi immensi. Che le cose siano ancora più dure per gli immigrati come noi, specie in tempi di crisi, non sorprende nessuno».
Eppure rischiano la vita pur di andarsene dal loro Paese. Da cosa nasce il falso mito?
«Gli immigrati che tornano in vacanza nel loro Paese d'origine non raccontano l'impresa da titani che compiono ogni giorno per sopravvivere in Europa. Dicono di vivere in appartamenti lussuosi, ma mentono sulla loro vera vita. Anch’io mi ero fatto un'unica immagine dell'Europa, quella di un Eldorado».
A cosa non crede più dunque?
«Non credo più che l'immigrazione sia l'unica speranza per il futuro. Io stesso, affascinato com'ero dal “miraggio” che mi veniva continuamente proposto, non vedevo le opportunità della mia terra. Avevo perso la testa. Non vedevo altra scelta che l'esilio. Invece esistono africani che non hanno mai messo piede in Europa e che si sono brillantemente realizzati».
Come si fermano allora i viaggi della speranza?
«Si deve lavorare sulle cause della partenza: ridurre la manipolazione mentale che fa credere agli africani che l'Europa è il paradiso e, anche attraverso i media - che spesso contribuiscono a diffondere una falsa immagine - si deve insistere maggiormente sulla vera Europa».
Servono gli aiuti economici?
«L'Europa dovrà intensificare il suo sostegno all'Africa, per esempio, attraverso gli scambi commerciali. Non basta donare. Serve una collaborazione basata sulla chiarezza e la sincerità».
E i rimpatri? La lotta ai clandestini?
«Sono favorevole alla lotta contro l'immigrazione illegale e clandestina perché è assassina. Credo però che gli sforzi dovrebbero concentrarsi soprattutto sulla caccia a coloro che spingono alla morte, ovvero gli scafisti e venditori di sogni. Questa gente va rinchiusa a vita. Sono i principali colpevoli, ma non i soli».
Perché ha deciso di dire queste cose?
«Perché non sono più un clandestino. Un clandestino non parla. Tace. Il mio obiettivo è salvare delle vite e far riflettere il più possibile chi intende partire».
Crede che ci possa essere un futuro per l'Africa?
«Deve esserci. Se tutti lasciano o desiderano lasciare l'Africa, questo non permetterà nessuno sviluppo. Niente. Anzi, il continente sprofonderà ancora di più. Non credo più che un'emigrazione verso l'Europa e verso i Paesi del nord possa favorire lo sviluppo in Africa. Crederci significherebbe gettare polvere negli occhi».
Cosa non dimenticherà mai dei suoi viaggi della speranza?
«La fatica fisica e morale. E soprattutto i cadaveri».
Ha visto molta gente morirle accanto.
«Ho perso diverse decine di compagni. Mi ricordo praticamente tutto. Ho fatto un lavoro su me stesso per vivere nonostante questo».