Fratelli azzurri

Questa sera una trentina di milioni di italiani, e forse più, ascolteranno il nostro inno nazionale. Per un mese è stato suonato con una frequenza insolita, grazie ai successi della nostra squadra di calcio. L’inno nazionale accompagna generalmente manifestazioni politiche e militari di alta rilevanza istituzionale, in un clima solenne, talvolta austero. Quello che sentiremo stasera, e abbiamo ascoltato durante il mese di giugno negli stadi, ha tutto un altro sapore. Gente variopinta sugli spalti segnalerà la propria appartenenza nazionale mettendo il tricolore dappertutto, sulla faccia, sui capelli, sui vestiti, come se le bandiere, che pure saranno migliaia, non siano sufficienti a testimoniarne la fede. Poi il canto accompagnerà le note musicali: risuonerà da ogni angolo dello stadio e arriverà giù, fin sul prato verde dove saranno schierati i calciatori. La telecamera inquadrerà le loro facce: non sono più simpatici quelli che cantano a squarciagola, rispetto a quelli che appena muovono la bocca come se pregassero o stanno zitti del tutto?
C’è poco da aggiungere: è il trionfo dello spirito nazionale nel senso più bello, quello che vive all’interno di un clima festoso, che non ha niente di simile a quel nazionalismo aggressivo che la nostra generazione non ha conosciuto, se non studiandolo sui libri di scuola.
Un’importante manifestazione sportiva risveglia il sentimento nazionale: non solo dei nostri concittadini, ma della gente di tutto il mondo. La gente si divide, stringendosi intorno alle proprie bandiere, ascoltando i propri inni. D’accordo: si gioca a calcio e il tifo non può che creare contrapposizioni, però è innegabile che la contrapposizione avviene sulla base delle identità nazionali.
Questi schieramenti così spontanei e di massa fanno pensare come il senso di appartenenza a una tradizione, a una lingua, a una storia non tramonti, nonostante si viva nel tempo della globalizzazione, in cui le identità nazionali sembrano svanire, in cui il multiculturalismo sembra il destino del mondo.
Tuttavia è curioso che accanto a questa indubbia manifestazione dello spirito nazionale proprio il gioco del calcio non faccia sparire, anzi sottolinei, gli effetti e i paradigmi della globalizzazione. Noi siamo tifosi della nazionale di calcio anche perché, nella stragrande maggioranza dei casi, siamo tifosi delle nostre squadre di club. Milan, Inter, Juventus... Quanti sono i loro giocatori «stranieri»? Numerosi e decisivi. Tutte le grandi squadre europee, da quelle spagnole a quelle inglesi, francesi, tedesche hanno tra le loro file calciatori di nazionalità diverse. Le squadre di club sono perfette realtà sovranazionali, e i loro tifosi adorano indifferentemente il brasiliano, l’italiano, l’argentino o il tedesco che gioca nella propria squadra del cuore. Tant’è vero che questa sera a uno juventino farà un certo effetto vedersi giocare contro Trezeguet e Vieira, e sicuramente un milanista ha tifato per il Brasile in cui c’erano i suoi beniamini, Cafu, Dida, Kakà, quando la squadra sudamericana ha giocato contro la Francia degli juventini Trezeguet e Vieira.
Il gioco del calcio è certo una straordinaria macchina economica, ma è interessante e importante il modo in cui riesce a legare lo spirito nazionale con il sentimento dell’integrazione multietnica sovranazionale. Con questa attenzione, essenzialmente culturale, va guardato il processo al nostro calcio che si celebra in questi giorni: lo scandalo non va sotterrato, però va gestito con riservatezza, con atteggiamenti composti, attenti a non sfasciare tutto.