«Fratelli d’Italia»: bruttino, ma è un inno

Caro Granzotto, anche senza essere leghisti bisogna dar ragione a Umberto Bossi, non quando si infuria per «l’Italia schiava di Roma» evocata dalla «Canzone degli italiani» di Mameli, ma quando propone come nuovo inno nazionale «Il Piave mormorava». La musica è molto bella, le parole esaltanti anche se il finale lascia un po’ l’amaro in bocca. Lei cosa ne dice?


Piano, caro Viola: la Canzone o la Leggenda del Piave consta di quattro strofe che sommariamente riassumono le vicende della Grande guerra: l’offensiva del 24 maggio 1915; Caporetto (ottobre del ’17. È interessante notare che il verso «poiché il nemico irruppe a Caporetto» risultava, nella prima stesura, «per l’onta consumata a Caporetto»); la difesa lungo la linea del Piave e l’attacco finale (ottobre del ’18) con relativa vittoria. Pertanto, l’amaro della seconda strofa («ritorna lo straniero!») diventa miele nell’ultima («sul patrio suol vinti i torvi Imperi, la Pace non trovò né oppressi, né stranieri!»). Certo è che per esser bello, «Il Piave mormorava» è proprio bello. Forse oggi un po’ inopportuno in certi punti («le forche e l’armi dell’impiccatore», che poi sarebbe Francesco Giuseppe), ma nutrito di sano patriottismo su note davvero niente male.
Ecco, la musica: si sente il café chantant, l’operetta. D’altronde, chissà perché si pensa che fosse intonata dai soldati in armi, sul Carso o appunto sul Piave, ma non è così: la canzone fu pubblicata e eseguita a cose fatte, a vittoria ottenuta. Trionfando nei teatri, per i quali era stata scritta e dove venne interpretata da sgambettanti giovanotte con la mantellina grigioverde e l’elmetto in testa e cantata a piena voce da procaci primedonne che nel finale s’avvolgevano nel tricolore (movenza per la quale, più avanti e intonando «Tripoli bel suol d’amore», divenne celeberrima Gea della Garisenda, al secolo Alessandra Drudi da Lugo di Romagna).
Né poteva essere diversamente. E. A. Mario aveva mano facile e felice per le così dette canzonette, non per gl’inni. Sue sono canzoni memorabili quali «Profumi e balocchi» (laddove una mamma cattiva non fa che comprarsi cipria e profumo Coty facendo piangere la sua piccina alla quale non tocca mai niente); «Vipera» (no, ma un verso così: «Mamma, che quando sogna sogna il vero», dove lo trovate? La strofa completa è ancor meglio: «Mamma, che quando sogna sogna il vero / ha sognato di me la notte scorsa. / M’ha visto per un ripido sentiero / presso una mala vipera, ed è accorsa... / E s’e svegliata pallida, gridando pel terrore: / la vipera m’avea già morso il cuore!»); «Tammuriata nera»; «O’ paese do’ sole»; «Santa Lucia luntana»; «Rose rosse» e tante altre ancora.
Questo per dire, caro Viola, che tirate le somme e con tutto il rispetto per Bossi, meglio tenersi «Fratelli d’Italia». Bruttarella assai, bandistica, ma almeno con l’allure di un inno e non con quelle cadenze, piacevoli per altro, da operetta patriottica proprie di «Il Piave mormorava».