Fratelli fino alla morte: suicidi tenendosi per mano

Si lanciano nel vuoto mentre i genitori novantenni dormono. In una lettera spiegano: siamo malati

Ferruccio Repetti

da Rapallo

Qualche parola di giustificazione in una lettera, lasciata sul tavolo della sala da pranzo: «Siamo molto malati, non ce la facciamo più». Poi - sono le due di notte, i genitori, entrambi novantenni, a dormire, e la casa e tutto il quartiere immersi nel silenzio - Fabio, 64 anni, e Ada, 60, fratelli legati da qualcosa che va oltre il legame del sangue (e anche oltre la vita) decidono di dare l’addio al mondo. È un attimo, ma evidentemente frutto di una decisione presa insieme: Fabio e Ada salgono i pochi scalini che portano sul terrazzo condominiale, al quattordicesimo piano del grattacielo di corso Matteotti, in pieno centro di Rapallo. Nessuna incertezza, nessun ripensamento: i due si prendono per mano, scavalcano la ringhiera e si lanciano nel vuoto.
Neanche un grido, non vogliono disturbare nessuno. E difatti nessuno si sveglia, vedrà per primo i corpi un guardiano notturno, oltre un’ora dopo il tragico volo. Non si svegliano dal sonno profondo neanche i genitori che, in ogni caso, i due suicidi volevano tenere quanto più possibile «fuori» dalle conseguenze del loro gesto: lo rivelerà un particolare scoperto durante il sopralluogo dell’appartamento da parte degli inquirenti. Nei loro letti, i due fratelli avevano formato, con cura, delle sagome con i cuscini, e avevano coperto tutto con le lenzuola. Come se volessero simulare la loro presenza, tranquillizzante. In questo modo pensavano di poter ingannare (per quanto?) padre e madre, nel caso i due anziani, pieni di acciacchi dell’età, ma ancora lucidissimi, si fossero svegliati nel cuore della notte e avessero provato a capire perché i loro «figlioli, quelli che vengono subito, quando li chiamiamo, ad aiutarci», come mai, dunque, questa volta non erano corsi subito da loro.
Fabio e Ada li avevano abituati così. Da sempre. A costo di sacrificare la propria vita per accudire «papà e mamma»: li chiamavano così, come conferma una vicina di casa, ancora sconvolta dalla tragedia che ha parecchi contorni inspiegabili. La stessa lettera «di spiegazioni» pare non chiarisca molto. «Che io sappia - insiste la donna che, abitando porta a porta, li incontrava spesso -, Fabio e Ada non erano ammalati, e gravemente per giunta». Una circostanza ammessa a mezza voce anche da altri vicini che ricordano una famiglia di origine milanese, ma ormai da quarant’anni residente nella città del Tigullio, sempre lì, nello stesso appartamento di quel grattacielo sorto in quattro e quattr’otto all’epoca della cosiddetta «rapallizzazione», lo sviluppo edilizio esasperato che finì per essere bollato come pura speculazione.
I due figli sono invecchiati lì, con i loro genitori. «Erano persone gentilissime - aggiunge chi credeva di conoscerli a fondo -. Poche parole, ma sempre cortesi, quando si incontravano nel portone, sul pianerottolo». Aggiunge il portinaio Mario, da tredici anni in servizio nel grattacielo: «Non davano confidenza a nessuno. Che si sappia, non erano mai stati sposati, non lavoravano. E nonostante abitassero in una località vivace, famosa per le spiagge, non li ha mai visti nessuno andare al mare, e neanche ricevere persone in casa».
Il medico di famiglia, al telefono, si trincera dietro il segreto professionale. Qualcun altro si lascia andare: la malattia, forse, non c’entra. O almeno, a uccidere Fabio e Ada è stata una malattia di quelle che consumano la voglia di vivere, di continuare a lottare. Avevano consacrato la vita ai genitori, ormai avviati a compiere cent’anni. È toccato a loro, ieri mattina, andare a riconoscere all’obitorio quei figli così attaccati al dovere, fino al punto di staccarsi dalla vita.