Fratello assassino ti voglio abbracciare

Un monologo feroce, in forma di "predica barocca", su quanto è difficile capire l’altro. Quando i buonismi e il politicamente corretto non bastano a dare senso alle cose

Presentiamo in anteprima un ampio stralcio de La faccia di mia madre di Luca Doninelli, una pièce teatrale che sarà recitata da Francesco Branciaroli al Teatro Festival Italia di Napoli il 20 e 21 giugno. Il testo con quello delle altre Prediche sarà pubblicato da Marsilio

Dovete abbracciare la diversità. Abbracciare l’uomo che non è come voi, abbracciare il disabile, il gay, il nero, l’ebreo, il rom, l’integralista islamico. Tout comprendre, c’est tout pardonner: comprendere tutto è perdonare tutto.

E poi, eh eh, dovete abbracciarli mica per finta: dovete farlo per davvero. Abbracciate e baciate l’obeso, le cui ghiandole endocrine funzionano da schifo. Abbracciate e baciate l’anoressica tutta intubata perché vomita anche un piccolissimo sorso d’acqua. Abbracciate e baciate tutti quei poveretti, uno a uno, che portano sul proprio corpo, come uno zaino pieno di piombo, il nome di qualche signore tedesco o inglese: Dawn, Alzheimer, Hodking, Parkinson. Comprendere l’altro - ecco il compito supremo. Io non so chi tu sia, so soltanto che sei mio fratello.

Poi, accendo la luce e scopro che il mio fratello nero ha dieci Rolls Royce e sgozza personalmente i suoi nemici. Questi sono i miei veri fratelli, gente come lui: ma voi non ditelo, per adesso, perché il mondo non è ancora pronto per certe rivelazioni. Lo dico solo a voi. Ho un fratello mafioso, uno camorrista, uno scafista, un narcos. Ho un fratello esperto in falsi in bilancio. Ho un fratello assessore che incassa tangenti e si occupa di moralità pubblica, e un altro che distribuisce denaro pubblico agli amici e agli amici degli amici, e tiene una rubrica su un giornale importante e molto sdoganato - come si dice oggi - dove spiega ai profani che cos’è lo sviluppo sostenibile. Le loro madri hanno la faccia della mia. La stessa faccia. E il bello è che non mi dispiace affatto. Cerco dentro di me un grammo di dispiacere per questo, e non lo trovo.

Ho passato l’intera mia esistenza - e non scherzo: l’intera mia esistenza, proprio tutta intera - stando perennemente dalla parte della ragione, a fare la cosa giusta. Eravamo in tanti, abbiamo acquistato forza politica. Molti di noi erano scrittori, altri musicisti, altri artisti visivi, altri lavoravano nel cinema, altri ancora lavoravano nel teatro, o, come dicono loro, «facevano» teatro. La cosa giusta ha acquistato così la conoscenza di tante lingue diverse e nuove, come quella delle immagini, quella delle scene, quella dell’organizzazione. Ci siamo battuti per le cause cruciali nel momento della massima esposizione mediatica. Palestina, Darfur, Tibet, sempre al momento giusto. Qualcuno di noi ha bruciato bandiere israeliane, ma sono casi isolati, il movimento ha preso le distanze. Nei nostri armadi c’è, sì, qualche scheletro, ma questo è inevitavile, come si fa a non averne, e poi questi scheletri sono pochi, e in più sono scheletrucci piccoli piccoli, non veri scheletri, scheletrucci di bambini, di bambini appena nati, di bambini non nati, ossicini di pollo.

E poi va detto a nostra difesa che eravamo uomini giusti, che abbiamo detto le parole giuste, pensato pensieri giusti, compiuto le azioni giuste, e che qualche peccatuccio non può gettare fango sulle nostre biografie esemplari. Quando la parola era «rubare» noi non abbiamo rubato. Quando la parola era «ricattare» noi non abbiamo ricattato. Abbiamo detto di sì quando bisognava dire di sì, e abbiamo detto di no quando bisognava dire di no. Tutta la stampa più seria ci ha sempre additato come esempi viventi di impegno. Di fronte al male del mondo abbiamo saputo esercitare al meglio la nostra indignazione, moltiplicandola con articoli, programmi tv, spettacoli, appelli, manifesti pubblici.

Dio, che noia mortale!

[...]

So che qualcuno di voi qualche volta si è lamentato della scarsità, sì, come dire, dell’esiguità di figli che abbiamo generato. Molte copie carbone, questo sì, molti cloni, molti ripetitori per la verità sempre più stanchi, ma figli pochi.

Però la colpa non è nostra, amici cari, signore e signori: la colpa sapete di chi è?, la colpa è del Novecento!

I padri! I nostri padri! Dopo un secolo in cui le migliori intelligenze, da Freud a Proust a Kafka, hanno vituperato i padri, li hanno cacciati fuori da qualsiasi buona coscienza di sé, ne hanno fatto i nemici dichiarati dell’io, padri tiranni, padri insensibili, padri padroni, ora cosa facciamo?, ve lo dico io cosa facciamo: andiamo qua e là con la ramazza in mano, racimolando i loro pezzi. Il guaio è che per troppo tempo li abbiamo combattuti, così adesso non siamo più in grado di riconoscerli e ricostruirli come erano. Di chi era questo dito indice? (Mostrando l’indice che indica qualcosa) Di chi era questo dito medio? (Mostrando il medio nel gesto del vaffa...) Di chi era questo cuore? E questo fegato?

È venuta meno la memoria, i pezzi non si ricongiungono, l’impresa è disperata, al nostro comando i morti non vogliono saperne di resuscitare. Perciò che si fa?, ci creiamo un’immagine, un simulacro - sì, l’immagine di un padre, come posso dire?, generico, un padre in generale, e così - specialmente quando si tratta di cultura - finiamo per fare un padre di ogni imbecille che sia diventato sufficientemente vecchio. Gente che se n’è fottuta di voi per tutta la vita ora vi riceve, accetta le vostre genuflessioni, dispensa in televisione le proprie cazzate come altrettanti oracoli, e voi li chiamate maestri e padri della patria. Ho i nomi e i cognomi qui, sulla punta della lingua, che vogliono uscire a frotte, a valanghe: se li ricaccio dentro è solo perché non voglio aggiungere, ai tanti che già ci sono, un nuovo motivo per mandarmi in galera. Non si sa mai che qualcuno di voi vada a spifferare fuori di qui, dove godo ancora di stima, rispetto e contratti vantaggiosi.

Ma parliamo di mio padre. Mio padre ha ucciso una ventina di persone, è stato tre volte in galera per reati minori poi gli è venuto un ictus e adesso passa la giornata seduto in poltrona a guardare fisso davanti a sé. Nessuno sa se guardi veramente qualcosa. Noi gli accendiamo la tv, di tanto in tanto qualcuno passa e cambia canale, e in questo modo allestiamo un teatro credibile. Chi entra lo vede davanti alla tv, dice lo vedo meglio. Teatro. Ma chissà poi se guarda veramente qualcosa, mi sono chiesto l’altro giorno, e me ne sono stato lì a spiarlo per ore, cercando di sorprendere in quell’iride l’ombra di un fremito. Passavano immagini di ballerine, due coccodrilli lottavano per un pesce morto, un’automobile cadeva giù lungo una scarpata. È venuto un vecchio amico a trovarlo, per venti minuti gli ha parlato della moglie con i calcoli renali, della colica e del buscopan. Ma in quegli occhi non ho visto niente. Sempre gli stessi occhi. Poi l’amico se ne va e io cosa faccio?, accendo un fiammifero e glielo passo davanti agli occhi, a un centimetro di distanza, avanti e indietro, avanti e indietro. Ma lui non si è mosso di un millimetro, anche se a un certo punto gli è uscito dalla gola un lamento fioco fioco, poco più che un sospiro, che subito si è spento. (Breve pausa)
Allora sono scoppiato a piangere, mi sono messo a gridare papà!, papà!, perdonami! - dio sa di che cosa, poi - e l’ho abbracciato, e appoggiata la testa sulla sua spalla gliel’ho bagnata tutta di lacrime, mentre lui se ne stava immobile come prima, come sempre.

Questo è mio padre, il padre che mi è capitato, il padre che mi ha generato. Quando verranno a prendermi lo dirò anche a quelli della polizia: guardatelo, guardatelo bene: è mio padre. Guardate com’è bello. (Pausa)

Mio padre non mi ha insegnato niente: non mi ha insegnato a studiare, non mi ha insegnato a lavorare, non mi ha insegnato la differenza tra il bene e il male, non mi ha insegnato nemmeno come si tiene la forchetta in mano. Ma l’altro giorno, dopo avere pianto, mentre ancora stringevo il fazzoletto nella mano, e intanto continuavo a guardare quella faccia vuota, ecco: un filo di saliva ha cominciato a scendergli giù giù giù dal labbro, e io senza nemmeno pensarci ho allungato la mano e con lo stesso fazzoletto l’ho pulito, con cura, come un infermiere.

Ecco quello che mi ha insegnato mio padre: a pulire la sua bava, e credete: non è cosa da poco.