Frattini: «Il G8 per la ricostruzione»

L’offensiva è finita, ma a Gaza si spara ancora. E a colpire non sono solo gli aerei israeliani intervenuti ieri sera per neutralizzare un tentato lancio di missili. Mentre Khaled Meshaal, il leader di Hamas in esilio a Damasco, ammette di esser stato colto di sorpresa dalla durata dell’offensiva israeliana e gli iraniani indagano sul «fallimento» di Hamas, i fondamentalisti della Striscia sfogano la loro rabbia sui rivali di Fatah.
A Gaza il cessate il fuoco ha scatenato un’autentica caccia ai vecchi militanti moderati sospettati di collaborare con il nemico. Le retate e i rastrellamenti dei vecchi nemici erano già scattate durante l’offensiva, ma con l’inizio della tregua si sono trasformati in una nuova «inquisizione». Secondo Fahmi Za'areer, portavoce di Fatah in Cisgiordania, negli ultimi giorni almeno 16 attivisti dell’organizzazione sono stati passati per le armi. Centinaia di sospetti collaboratori sono detenuti in un ospedale infantile, una clinica psichiatrica e un paio di scuole tra Gaza City, Khan Yunis e Rafah trasformati, secondo i portavoce di Fatah, in «nuovi centri di tortura».
Le accuse dei fedelissimi del presidente Mahmoud Abbas sono confermate dalle dichiarazioni di Salah Bardaweel e Fawzi Barhoum, i delegati di Hamas arrivati al Cairo per discutere il cessate il fuoco. I due hanno accusato le «spie di Mahmoud Abbas» di aver rivelato il nascondiglio di Said Siam, l’ex ministro dell’Interno, ucciso dalle bombe israeliane. Secondo un comandante di Fatah in esilio a Ramallah un centinaio di suoi vecchi uomini sono stati uccisi, torturati e feriti dai miliziani delle Brigate Ezzedin Al Qassam, braccio armato di Hamas, e dalla Forza di sicurezza interna, l’unità di polizia creata proprio da Said Siam. Il racconto più crudele riguarda Ziad Abu Hayeh, uno dei comandanti delle Brigate Martiri di Al Aqsa e due suoi collaboratori. Prelevati dalle abitazioni e accusati di spionaggio i tre sono stati accecati dagli aguzzini fondamentalisti che dopo averli interrogati e torturati hanno strappato loro gli occhi. Abed Gharabli, un ex ufficiale della sicurezza di Fatah, con alle spalle 12 anni di galera in Israele, è stato rapito, torturato e «punito - raccontano i familiari - con una raffica di kalashnikov alle gambe». Condannati alla «gambizzazione» anche tre fratelli sequestrati sabato notte e azzoppati a colpi di mitragliatore in una moschea di Khan Yunis.
Le ammissioni del numero uno di Hamas Khaled Meshaal che rivela di esser stato colto alla sprovvista dall’offensiva israeliana sono state raccolte durante il vertice di Doha e pubblicate dal giornale egiziano Al Ahram. «Non ci aspettavamo tutti quei crimini commessi contro i nostri cittadini, ci aspettavamo al massimo un’offensiva di tre giorni» ha raccontato Meshaal durante colloqui riservati «intercettati» dai giornalisti egiziani. Più stupiti di Meshaal sono i grandi protettori di Teheran, increduli per l’entità della sconfitta subita dall’organizzazione nonostante le forniture d’armi e missili fatte arrivare a Gaza negli ultimi anni. Secondo alcune indiscrezioni i servizi di sicurezza iraniani responsabili del riarmo di Hamas avrebbero già aperto un’inchiesta sull’incapacità dei militanti fondamentalisti di applicare le tattiche studiate per distruggere qualche carro armato e rapire almeno un militare israeliano.