LA «FRECCIA NERA» NON COLPISCE PIÙ

Uno matura (o crede di maturare) e arriva a un certo punto a pensare che forse è proprio come dicono quelli che la sanno lunga (o credono di saperla), e cioè che il giudizio sulle cose del passato è viziato dal rimpianto per la giovinezza ormai perduta, sentimento che fa apparire l'antico sempre illusoriamente migliore del presente. Uno cresce con tale consapevolezza di cui arriva a compiacersi, perché non sono tante le cose che puoi dire di aver capito nella vita. Poi però gli capita di vedere la versione moderna de La freccia nera (giovedì su Canale 5, ore 21), e a questo punto è costretto ad abbandonare precipitosamente tanta abbindolante saggezza: nossignori, gran parte del passato vive di luce propria e di uno spessore autonomo indipendentemente da tutte queste sciocchezze sul raffronto con la nostra giovinezza perduta. È davvero impossibile evitare di paragonare l'odierna Freccia nera datata 2006 con quella del '68 interpretata tra gli altri da Aldo Reggiani, Loretta Goggi e Arnoldo Foà. E una volta avviato il meccanismo della comparazione non si vede come poter anche solo accostare i due lavori senza rimpiangere quello antico, che riuscì a entrare nell'immaginario collettivo a cominciare dalla forza della sigla musicale per poi avvincerci con la personalità dell'interpretazione e la sapienza dell'atmosfera, in mancanza di mezzi economici adeguati. Qui siamo all'opposto: i mezzi economici ci sono, ma la personalità dell'insieme e l'atmosfera latitano. A tal punto da avere l'impressione che, se al posto degli interpreti prescelti ce ne fossero altri presi casualmente dalla strada, come fanno certi registi moderni in vena di esperimenti ruspanti, il risultato sarebbe lo stesso: un susseguirsi più o meno indistinto di scene di cappa e spada, un roteare frenetico di frecce che troppo spesso non eliminano gli attori che dovrebbero, un tipo di recitazione che va di fretta come per adeguarsi alle tante fughe e ai tanti duelli ansimanti che il copione impone. Così la magia del racconto di Stevenson, di contenuto semplice ma di grande e ben strutturata forza narrativa, perde fascino e diventa una semplice occasione per fare un po' di ginnastica, di esercizio da palestra con in mano spada e frecce anziché pesi e cyclette, tanto per tenere in forma le grazie di Martina Stella e Riccardo Scamarcio che, sotto questo profilo, escono bene dall'allenamento. Ci vorrebbe una leggina semplice per scoraggiare la riproposizione in chiave moderna dei vecchi sceneggiati: imporre che, accanto alle immagini della nuova edizione, andassero in onda in un quadratino del televisore quelle antiche. Giusto per capire immediatamente che, molte volte, il passato ci sembra più bello perché era effettivamente migliore.