"Fredde le donne? Gli uomini non ci capiscono"

Renée Zellweger svela i cliché americani: "Per Hollywood le mamme sono sempre belle e giovani". E sul Festival di Berlino: "Nel film sono una moglie che alla fine molla il marito"

Berlino - Padre svizzero (di San Gallo), madre norvegese, la bionda ed esile Renée Zellweger è l’icona nordica della mitologia hollywoodiana, avendo ereditato certi personaggi di Doris Day. E infatti Renée ha tentato perfino di cantare in Chicago di Rob Marshall (Berlinale, film d’apertura del 2003), con esiti sconfortanti. Comunque è così che lei ha avuto una nomination, vincendo l’Oscar per uno dei peggiori grossi film passati negli ultimi dodici anni per il Festival di Berlino, il western di produzione americana e parzialmente girato in Romania: Ritorno a Cold Mountain di Anthony Minghella (Berlinale, film d’apertura del 2005).

Ma la sorte è imprevedibile e ieri la Zellweger è tornata a Berlino per presentare uno dei migliori piccoli film dello stesso periodo: My one and only («Il mio unico e solo», sottinteso amore) dell’inglese Richard Loncrane, premiato qui con l'Orso d'argento nel 1995 per il magnifico Riccardo III. A quasi quarant’anni alla Zelwegger è toccato il ruolo di madre di un reale attore celebre d’un tempo, George Hamilton, che di My one and only è produttore e soggettista.

Ma di Hamilton s’è parlato appena ieri nell’incontro con la stampa, dove il tono è stato quello della gioia per Loncrane, al settimo cielo perché ai giornalisti il film è piaciuto, e l’autoincensamento collettivo, praticata dalla Zellweger non tanto per immodestia, ma perché vent'anni di conferenze stampa hollywoodiane le hanno insegnato questo rituale: ognuno dice che girare quel film è stata la cosa più bella della sua vita; del prossimo film naturalmente dirà lo stesso.

Comunque, in una rassegna dove solo The Reader ha lasciato un segno, My one and only ha avuto il pregio di far sorridere e talora ridere: solo un regista inglese è capace di rendere simpatici gli americani, soprattutto se è agli americani che deve poi far vedere il film. In Italia, dove solo alcuni artigiani - di quelli bravi di una volta - ricordano George Hamilton e dove i quindicenni non vanno al cinema per la Zellweger, il film arriverà, se arriverà, nelle sale in dieci copie. L’intelligenza oggi «va» anche meno del solito.

Signora Zellweger, lei parla tedesco?
«No, con dolore di mio padre, non l’ho imparato».

Parla norvegese?
«Nemmeno quello».

Lei qui fa la madre. La legge di Hollywood sull’età si applica anche ai film non hollywoodiani, dunque.
«Hollywood impone il dovere di essere belle e giovani. Ma io scelgo le sceneggiature secondo la qualità».

Che cosa l'ha colpita in questa sceneggiatura, certo brillante?
«Il ruolo di una donna che ignora il suo valore e s’aggrappa agli altri».

La maggior parte degli uomini, come delle donne, vale poco.
«Ma alla fine del viaggio coi figli, dopo aver lasciato il marito fedifrago, il mio personaggio capisce che può far da sola... ».

... diventa indipendente. Ma quando una donna lo diventa?
«Quando è se stessa. E, come accade qui, penetra nella terra proibita».

Il film è ambientato nel 1953, quindi il personaggio potrebbe essere sua nonna. Come l’ha preparato?
«Negli anni Cinquanta per una donna come lei era difficile sfuggire alla gabbia dorata nella quale era cresciuta... ».

Nelle gabbie dorate le donne restano volentieri tuttora. Le chiedevo se aveva studiato il periodo.
«Preferirei non parlarne (e le viene l’espressione della bambina presa a rubare la marmellata, ndr)».

Lei, come diva, è stata decisiva per girare «My one and only», dice il regista.
«Ho letto il copione mentre giravo un altro film. Avrei voluto cominciare subito dopo».

Nel film si dice: «La donna è come un termostato, troppo calda o troppo fredda. Di solito troppo fredda». È vero?
«Anche se le rispondessi con degli esempi, lei non capirebbe» (e sorride di nuovo maliziosa, ndr).

Perché?
«Perché lei è un uomo».