Fresu&Towner, musica senza frontiere

Si dovrebbe parlare di jazz ma con l’inedito duo Paolo Fresu-Ralph Towner le definizioni si annullano tanta è la veemente flessibilità, la passione creativa, la fantasia dei due artisti nel fondere senza manierismi i suoni più diversi (e spesso lontani) tra loro. È quindi un grande evento il concerto che li vedrà impegnati in duo acustico per tromba e chitarre martedì (ore 18.30, info: 02-87905, www.dalverme.org) per la rassegna «Music Club» nella Sala Grande del Teatro Dal Verme. Un’anticipazione, un aperitivo dell’album Chiaroscuro, che la coppia ha appena inciso per la prestigiosa Ecm (un nome, una garanzia) e che uscirà all’inizio dell’anno prossimo. Fresu è noto in tutto il mondo per la naturalezza con cui viaggia su territori trasversali, senza dimenticare le radici jazz e quelle folkloriche della sua Sardegna. Towner, americano di Chehalis (Washington State), un virtuoso della chitarra nato da studi classici e cresciuto con un cocktail di jazz, blues, suoni etnici, improvvisazione. Entrambi hanno fatto di tutto e di più. Parlando solo del presente e del passato prossimo, Fresu ha collaborato con Uri Caine, con l’orchestra macedone Kocani Orkestar, in trio con il fisarmonicista Richard Galliano e il pianista svedese Jan Lundgren, con Omar Sosa, con cori polifonici o in inediti progetti teatrali e personaggi come Stefano Benni, Ascanio Celestini, Marco Baliani (e, per non farsi mancare nulla, appare anche nel nuovo album di Ornella Vanoni). Towner (che è nato come pianista ma a 12 anni era già un estroso improvvisatore alla chitarra) è esploso nei primi anni Settanta come colonna del sound estroso e dalle mille sfumature (dal jazz rock all’avanguardia ai suoni indiani) degli Oregon, ma dal ’72 la sua straripante personalità l’ha portato a incidere come solista (il primo disco, del 1972, è Trios Solos per la Ecm) e a collaborare ad album fondamentali per l’evoluzione della fusion come I Sing the Body Electric dei Weather Report. Sebbene negli anni si sia dedicato troppo alle diavolerie elettroniche, è stato fedele collaboratore (e non solo) di giganti come Bill Evans e ha sperimentato nuove strade con Marc Johnson, Gary Peacock, Jack DeJohnette, Dave Liebman. Sia Fresu che Towner hanno una visione senza frontiere della musica. «Non posso non tener conto della radice afroamericana del jazz - dice Fresu - ma ora il suono non ha confini e si rinnova proprio grazie alle contaminazioni. La scommessa è essere originali con musiche di Paesi e culture diverse. Per esempio, il jazz italiano è uno dei più interessanti al mondo per qualità e quantità e ha una vitalità creativa impensabile nel passato». «Non tradirei mai il jazz, ma avere una base di partenza che abbracci vari stili facilita la tua visione della musica - sottolinea Towner - e la tua voglia di creare e improvvisare. La chitarra, o meglio le chitarre perché, sono un territorio di caccia e di studi illimitato». In sintesi un concerto di lusso per palati fini.