Friedkin: «Il mio Esorcista? Troppo violento, non lo rifarei»

Il regista americano a Milano: «Il tema dei miei film è la lotta tra Bene e Male, come in “Bug“, appena uscito in Usa»

«Il Bene e il Male. E il sottilissimo, impercettibile confine che li divide. La lotta costante tra angeli e demoni dentro di noi. Questo è il tema di tutti i miei film, dall'Esorcista fino all'ultimo, Bug, che ho presentato l'anno scorso a Cannes, è appena uscito in America e uscirà in Europa tra qualche mese». William Friedkin, Chicago, classe 1935, uno dei più acclamati registi hollywoodiani di noir, thriller e horror, è seduto in poltrona in un grande albergo del centro di Milano - mentre lì vicino si proiettano i suoi classici, compresi Il braccio violento della legge (1971) e Vivere e morire a Los Angeles (1985), e il suo ultimo allucinato horror mentale Bug (2006), interamente ambientato in una stanza d'albergo, protagonista una borderline Ashley Judd - e assesta qualche colpo allo show business, in attesa dell'incontro alla Milanesiana cui è stato invitato giovedì sera.
Negli ultimi anni lei è passato dal cinema all'opera...
«Il prossimo autunno, alla Los Angeles Opera, dirigerò il Trittico di Puccini. Sarò in cartellone con Woody Allen: a me sono riservate le prime due parti, il Tabarro e Suor Angelica, e a lui Gianni Schicchi, che io ho già diretto due volte».
Si trova meglio in teatro che sul set?
«Con i cantanti non ci sono molte differenze, vogliono la stessa cosa dei grandi attori cinematografici, un personaggio che funzioni. Per me è tutto molto diverso: non ho la macchina da presa e non posso fare primi piani né montaggi. Tutto quello che posso usare per enfatizzare storia, passaggi e interpretazioni sono le luci e la messa in scena. Un grande lavoro sul palco».
Sono passati quarant'anni dal suo esordio nel cinema: nel 1967 diresse Sonny e Cher nella commedia romantica Good Times e solo quattro anni dopo il suo Braccio violento della legge vinse cinque Oscar. Che cosa è cambiato nel cinema?
«Il pubblico. Terribilmente. Siamo di fronte a una nuova generazione di spettatori ragazzini. Ormai in America il cinema si fa quasi soltanto per loro. Gli adulti sono tagliati fuori. Quando ho cominciato, il cinema si faceva per gli adulti».
Eppure L'esorcista è amato proprio dagli adolescenti.
«Quando lo girai non potevano nemmeno andare a vederlo: troppo giovani per entrare al cinema».
Quello che lei chiama «cinema per ragazzini» è anche molto violento, però.
«Sfortunatamente. Ma è una violenza molto grafica. Come quella dei videogames. Perciò anche molto stupida. Può darsi che sia per questo che in America abbiamo oggi il più alto grado di violenza giovanile che si sia mai verificato».
Lei ha esordito con l'eterno nemico del cinema: la televisione.
«Non c'erano scuole, allora, né di cinema né di tv ed io ero davvero molto povero. Ho iniziato facendo il fattorino per la stazione tv Chicago WGN. In poco tempo sono diventato apprendista e poi regista televisivo e ho diretto oltre duemila ore di tv dal vivo. Facevamo di tutto: varietà, programmi di cucina, sport, notiziari, tv per ragazzi. E ho cominciato a guadagnare qualcosa».
Poi sono arrivati i primi film.
«All'inizio giravo solo documentari. Uno di questi, The People Vs. Paul Crump, sul caso di un uomo di colore condannato a morte, nel 1962 ha vinto un premio importante, che forse salvò la vita al tizio in questione. Allora mi sono trasferito a Los Angeles e ho iniziato a fare film».
Si dice che lei abbia rivoluzionato il poliziesco. Pensa di aver dato l'imprinting anche a Coppola e Scorsese?
«Forse».
Il linguaggio tv ha influenzato i suoi ritmi di regia?
«Per niente. Tutto quello che mi ha insegnato la tv è l'importanza del lavoro di squadra. Per questo un regista non sarà mai come un pittore o un compositore: non può lavorare da solo».
Perché L'esorcista è diventato un classico senza tempo?
«Perché è una storia senza tempo. Una storia sul mistero della fede».
La sua regia non c'entra?
«Affatto. Avrebbe potuto essere girato in modo completamente diverso e avrebbe avuto lo stesso successo. Magari con immagini generate dai computer e grandi effetti speciali virtuali, semplici e veloci».
Invece le costò molta fatica, anche fisica.
«Dovevamo creare tutto concretamente. E dal nulla. Ore e ore di trucco per preparare Linda Blair, ore e ore perché potesse andare a casa con un aspetto normale. Oggi sembra inimmaginabile».
Se girasse L'esorcista di nuovo userebbe i computer?
«Ma certo. Però non so proprio se lo farei ancora un film così. Allora ero giovane, oggi sono una persona diversa. Sono contro la guerra, la violenza e i film violenti».
Anche Il braccio violento della legge fu una grande fatica fisica.
«Girammo durante l'inverno più freddo mai avuto a New York. Le macchine, gli attori, la scena: tutto era sempre congelato. Coincidenza vuole che anche L'esorcista abbia avuto uno dei set più freddi della storia. Linda stava quasi sempre in scena senza niente addosso e aveva solo dodici anni. Ci toccava spegnere il condizionatore per girare e nel tempo di una sequenza tutto era diventato congelato di nuovo. Così la portavamo fuori in attesa di riscaldare di nuovo la stanza. Sono stati i due film più faticosi della mia carriera».
Li riguarda mai?
«Potrei. Sette anni fa ho anche girato una versione dell'Esorcista con dodici minuti inediti. Ma preferisco vedere altri film».
Al cinema?
«Non vado più al cinema. Non ci sono né film né registi che mi piacciano. Ho una sala cinema in casa e guardo solo vecchi film, i migliori, quelli della mia epoca. Fellini. Antonioni. Kubrick. La nouvelle vague francese. I miei thriller preferiti come Bullit. Oggi al cinema non c'è più niente che valga la pena».