Il frivolo che recitava da anticonformista

Tale fu la sua notorietà, che venivano dai quattro venti per assistere al rito quotidiano. Era questa la maggiore attrazione della piccola capitale nei primi anni del ’900.
Puntuale al tocco, il vecchio entrava al Caffè del Grand Hotel per sedersi al tavolo di fronte allo specchio. Al suo ingresso, gli avventori si alzavano con deferenza. Appoggiato al bastone con il pomello d’oro, il vecchio raggiungeva il suo posto mentre un cameriere gli portava la consueta birra corretta al cognac. Soltanto allora i presenti si accomodavano di nuovo, tenendo gli occhi puntati su di lui.
Il vecchio sedeva dando le spalle al locale, rigido come se avesse inghiottito un manico di scopa. Di tanto in tanto, centellinando la bevanda, alzava gli occhi sullo specchio che gli rimandava un’ampia panoramica della sala. Poteva così osservare la muta ammirazione che lo circondava e ricavarne il compiacimento necessario ad alimentare il proprio ego. Gli altri, a loro volta, guardavano la sua faccia riflessa, contornata dai famosi cernecchi e la fluente barba quadrata.
Il Nostro fu, in questo scorcio finale della sua esistenza, il più celebre letterato vivente assieme a Leone Tolstòj. Come ci si recava a Jasnaja Poljana per vedere di persona il profeta russo, così si veniva a Cristiania per osservare l’immoralista che aveva posto le fondamenta della società permissiva. Chi si aspettava di vedere il diavolo in persona, restava deluso. Non si poteva infatti immaginare un uomo più frivolo e perbenista di lui nella vita privata. Era vanitoso all’estremo e metteva ogni giorno un’ora per vestirsi. Il risultato, alla fine, era sempre lo stesso: marsina nera, sparato di un bianco accecante, cravatta ricercata, occhialetti d’oro. Nella fascia interna del cappello di seta lucida portava sempre uno specchietto che gli serviva per ravviarsi furtivamente i capelli. Maniaco delle decorazioni, aveva brigato con le autorità di mezzo mondo per ottenerle. Non bastandogli quelle europee, ne aveva accaparrate dall’Egitto, dalla Turchia, dall’Australia. Ogni occasione era buona per indossare quella batteria di medaglie e nastrini. Non fosse stato per la moglie che glielo impediva, se ne sarebbe fregiato anche in casa.
Negli anni della sua gioventù, quando visse nella Roma di Pio IX, camminava per le strade tutto agghindato di lucide patacche suscitando le risate dei passanti che pure erano abituati alle vesti ridondanti dei cortigiani pontifici. Per quanto però si sforzasse di apparire elegante e solenne, aveva sempre l’aria del nostromo nordico. C’era un che di rozzo nel suo aspetto, rafforzato dal viso rubizzo in parte a causa al bere, in parte ereditato dal ceppo marinaio da cui discendeva.
Il Nostro nacque da famiglia poverissima in uno sperduto villaggio infestato dai lupi e dalla lebbra. Il padre, che aveva lasciato la navigazione per il commercio, era irascibile e litigioso. La madre, ex bella donna, era infelice e viveva isolata giocando con le bambole anziché badare ai cinque figli. Il Nostro, che era il primogenito, dovette adattarsi a fare il commesso di una farmacia prima di riuscire a riscattarsi. Lo fece con un sovrumano sforzo di volontà, ma portandosi dietro il trauma di un’infanzia umile e degradata. Per rivalsa, fu per tutta la vita un uomo collerico e odiatore del prossimo.
Lasciò la casa paterna a 22 anni e si iscrisse all’università. Cominciò a scrivere i suoi drammi, prima collezionando fiaschi, poi con strepitoso successo. Negli uni e negli altri, rappresentò sempre la rivolta dell’individuo contro le convenzioni sociali. La sua tesi fu sempre la stessa: la libertà individuale deve prevalere sulle esigenze della collettività. Fu un femminista ante litteram, mostrando mogli ribelli e sensibili, in lotta con mariti ipocriti e meschini. Scrisse nella sua lingua semisconosciuta, ma ebbe egualmente un successo mondiale che continua tuttora.
Appena il suo Paese, su sua insistente e petulantissima richiesta, gli concesse un vitalizio, il Nostro partì per l’estero. Vi restò un quarto di secolo senza fare ritorno in patria. Fu a Roma, a Monaco, a Dresda. Non volle mai rivedere i genitori e i fratelli temendo che gli chiedessero soldi. Vide una sola volta un figlio naturale già quarantacinquenne venuto a chiedergli un po’ di soldi. Gli dette cinque corone senza dire una parola e gli sbatté la porta in faccia.
Tornò in patria già celebre per godersi l’ammirazione dei connazionali e morirvi settantottenne.
Chi era?