Frode, indagato Profumo Il banchiere duro e puro che incanta la sinistra

La procura di Milano ipotizza una frode fiscale. <strong><a href="/interni/unicredit_maxisequestro_245_milioni/19-10-2011/articolo-id=552398-page=0-comments=1" target="_blank">Indagato l'ex ad di Unicredit</a></strong>, rischia fino a sei anni

«Sono pronto, se necessario, a dare il contributo per far funzionare le cose». E a questo punto sarebbe fin troppo facile chiosare. Qualcosa del tipo «se far funzionare le cose significa farle andare come a Unicredit, passata in quattro anni da 7 euro a 90 centesimi per azione...».

Il punto è che la frasetta di cui sopra è stata pronunciata da Alessandro Profumo pochi giorni fa, l’uno ottobre, in un convegno dove al suo fianco stava anche Rosy Bindi, presidente del Partito Democratico. Si parlava di scendere in campo, naturalmente. Per guidare l’opposizione; piuttosto che per candidarsi a diventare premier; piuttosto che presiedere direttamente un esecutivo tecnico; piuttosto che fare il ministro dell’Economia: qualunque cosa pur di dare una mano, se necessario. E di darla contro questa maggioranza incapace e dissoluta. Nella convinzione che un laureato alla Bocconi, ex consulente McKinsey, ex amministratore di una grande banca, cinquantaquattro anni, sia la persona più indicata. Una risorsa da non lasciare disoccupata. E può pure essere. Ma forse non basta.

Ieri abbiamo appreso che Profumo è indagato dalla Procura di Milano. Ipotesi di reato: dichiarazione fiscale fraudolenta per aver autorizzato operazioni che comportavano per la banca una forma di evasione. Pena prevista: da 18 mesi a 6 anni di galera. Nei dettagli Profumo è accusato di aver avallato un sistema che fingeva di investire ingenti somme su capitali che pagavano un dividendo, quando invece nella realtà si trattava di depositi che pagavano interessi. In questo modo occultando al fisco 750 milioni di reddito imponibile della banca.

Ora: prima di tutto le accuse andranno dimostrate. E va detto che la difesa sostiene la perfetta liceità di tali operazioni d’investimento. Ma è anche vero, allora, che vale il noto proverbio di origini bibliche, che «chi è senza peccato lanci la prima pietra»: non sarà molto originale, ma come si fa ad accettare che uno dei candidati a guidare un nuovo corso politico, nel nome di ritrovate virtù morali e di buon governo, sia un ex manager, banchiere, che risulta coinvolto in storie di ordinaria evasione fiscale (ancorché di alto rango)? Immaginiamo l’imbarazzo della sinistra, che della lotta all’evasione fiscale fa (e pure giustamente) uno dei suoi cavalli di battaglia. E che è andata subito in brodo di giuggiole quando il Profumo in questione, nel dispensare frammenti del suo programma, aveva fornito la ricetta segreta: una tassa patrimoniale da 400 miliardi.

In realtà, è sempre stato difficile comprendere per quali arcani motivi una parte dell’opposizione, che ha le sue radici ideologiche nel marxismo, potesse infatuarsi di un banchiere che lo scorso hanno è stato cacciato da Unicredit con 40 milioni di buona uscita, dopo averne incassati almeno altrettanti nella sua carriera. I soci non avevano più fiducia. Il titolo stava precipitando.

Erano necessari 10 miliardi di nuovo capitale. Finiva così il percorso iniziato alla scuola McKinsey, per creare un valore essenzialmente cartaceo.
Forse colpiva, nel Profumo, la sua ostentata presa di distanza dalle stanze del potere, segnata nel tempo dalle dimissioni dal cda del «Corriere delle Sera», o dall’esecutivo di Mediobanca. Mentre era nota la simpatia, nei salotti milanesi, per la borghesia «radical chic». Una passione che lo ha portato a votare alle primarie per Prodi premier, e più recentemente a sostenere apertamente il sindaco di Milano Pisapia. Ma può bastare?