Frode allo Stato per cinque milioni di euro

Stefania Scarpa

Maxitruffa allo Stato scoperta dalle Fiamme Gialle. Sott’inchiesta un colosso bancario americano, la «Goldman Sachs International», già indagata un anno fa nell’ambito dell’operazione «Easy Credit» e tornata ancora una volta al centro della bufera. Secondo i berretti verdi del nucleo di polizia tributaria del Lazio, infatti, l’istituto creditizio straniero violando le norme sui crediti d’imposta internazionali (fenomeno noto come «treaty shopping») avrebbe tentato e in parte consumato frodi per circa 10 milioni di euro. Ma sott’indagine sono finiti migliaia di fascicoli aperti su banche americane, francesi e inglese che avrebbero tentato un’analoga frode.
Gli investigatori, che stanno vagliando le posizioni delle maggiori istituzioni finanziarie del mercato globale, hanno disposto ed eseguito nei confronti della Goldman, il sequestro preventivo di altri 5 milioni di euro, che vanno ad aggiungersi ai 4 milioni del luglio dello scorso anno. La banca d’affari americana avrebbe chiesto il rimborso di crediti d’imposta per oltre 202 milioni di euro. Proprio in relazione a ciò, la Guardia di Finanza sta procedendo per truffa aggravata ai danni dello Stato allargando le indagini nei confronti delle società «affiliate» del gruppo finanziario Usa.
Secondo quanto accertato dalle Fiamme Gialle, il meccanismo era sempre lo stesso: bastava «prestarsi» temporaneamente le azioni di società italiane quotate in borsa in modo tale che al momento dello stacco del dividendo risultassero di proprietà di soggetti inglesi e il gioco era fatto. Si richiedeva così il rimborso del relativo credito d’imposta all’amministrazione finanziaria italiana e si aspettava l’esito dell’istanza, sul cui importo maturavano nel frattempo gli interessi.
L’attività investigativa dei finanzieri ha consentito di accertare che, con l’approssimarsi della data di stacco del dividendo, sui conti-titoli delle banche affiliate inglesi veniva trasferito un ingente quantitativo di azioni provenienti da soggetti di nazionalità differenti. Nel periodo immediatamente successivo allo stacco, tali titoli venivano restituiti, in larga parte, agli stessi soggetti esteri prestatori, e dunque non rimanevano in possesso delle banche inglesi. Il passaggio delle azioni in capo al soggetto inglese costituiva in sostanza l’elemento necessario a precostituire lo status di effettivo beneficiario e a legittimare la richiesta di rimborso dei crediti di imposta.
Le azioni, in realtà, per la maggior parte dell’anno erano di proprietà di soggetti (soprattutto fondi di investimento Usa) riconducibili a stati con i quali quello italiano non ha stipulato convenzioni che prevedano appunto tale rimborso.
I finanzieri, intanto, stanno proseguendo negli accertamenti che hanno permesso di individuare ulteriori soggetti stranieri che avrebbero posto in essere analoghi meccanismi fraudolenti. L’attenzione degli investigatori continua al momento a concentrarsi sui 40mila fascicoli relativi alle istanze di rimborso dei crediti di imposta presentate dai soggetti inglesi e francesi e che ora si trovano nel centro operativo di Pescara dell’agenzia delle Entrate.