LA FRONTIERA DI IPPOCRATE

Intervenire per legge sulla fine di un'esistenza. È un programma così ambizioso che, quanto meno, bisognerebbe evitare gli equivoci. Ne siamo consapevoli: non è facile esprimere a parole il limite che separa l'accanimento terapeutico dall'eutanasia. E due persone che condividono l'introduzione del testamento biologico possono essere, in realtà, distantissime. Ci si può riferire ad una semplice dichiarazione volontaria della quale il medico tenga liberamente conto in circostanze particolari, oppure far passare il principio per il quale persino l'idratazione e la nutrizione vadano considerate cure, spalancando così la porta all'eutanasia. Per questo, non bisognerebbe avere fretta e sarebbe consigliabile evitare anche il solo sospetto di voler condurre battaglie ideologiche. Ricorrere ad ambiguità, furbizie, raggiri diviene, poi, peccato mortale: persino in politica.
La sinistra però non la pensa così. E mentre Anna Finocchiaro e Ignazio Marino chiedono a gran voce l'introduzione del testamento biologico - affermando di non voler parlare d'eutanasia perché il termine «ogni volta che viene pronunciato provoca forti contrasti» -, Livia Turco firma una proposta di legge che, quanto meno, ha il pregio della chiarezza. Recita l'articolo 5: «Ogni persona che versa in condizioni terminali ai sensi dell'articolo 7 o che è affetta da una patologia gravemente invalidante, irreversibile e con prognosi infausta, ha diritto di porre termine alla propria esistenza mediante l'assistenza di un medico».
Livia Turco non è un semplice parlamentare. È il ministro della Salute. Difficile immaginare che ella non esprima il «programma massimo» del governo che altri, con tartufesca abilità, cercano di camuffare. In questa situazione, sedersi al tavolo della trattativa, più che un'eutanasia sarebbe un suicidio politico. Lo sarebbe per tutta l'opposizione, ma anche per quei cattolici della sinistra che, fattisi eleggere per erigere una diga al laicismo, rischiano un Vajont politico.
Fissare un diritto per legge è semplice, ma può rivelarsi anche opprimente, ingiusto e in qualche caso perfino criminale. L'autentica libertà di coscienza presuppone invece il difficile esercizio della responsabilità individuale perché, in questa materia, ciò che è cura per un paziente per un altro può essere inutile accanimento.
Tutta questa fretta e tutta questa ambiguità significa che in gioco non vi sono la dignità della vita e della morte, per le quali molto ci sarebbe da fare. Vi è qualcosa di ancora più grande, mostruosamente grande. Vi è la presunzione fatale di progettare e costruire la vita, sapere tutto della propria esistenza e prevedere come dovrà essere la propria morte. Vi è la riproposizione di quell'incubo totalitario che scaccia l'imprevisto e finisce per soffocare la libertà. In fondo, c'è l'illusione che l'abolizione del sacro possa portare più dignità, quando invece conduce a un cinismo senza limiti.
Forse, per una volta, anche noi possiamo dire: non ci sto. E contrapporre a questo nuovo sogno costruttivistico l'unica certezza che per un laico non dovrebbe mai venir meno: l'unicità della persona umana, per la quale ogni generalizzazione rappresenta una riduzione di senso.
Chi non è offuscato dalla spasmodica ricerca di diritti sempre nuovi e sempre più ampi, sa che in certi ambiti non è obbligatorio e neppure urgente ricorrere alla legge. Assai meglio attestarsi sulla frontiera antica di chi, come Ippocrate, richiedeva ai medici la tutela della vita e il rispetto per la persona. È la frontiera della nostra civiltà che, fino a qui, ha assicurato vite decorose e morti dignitose: non abbandoniamola.