Ma le frontiere aperte sono la nostra salvezza

Questo è uno scarabocchio che nuoce gravemente alla salute. Come una bella sigaretta, a pieni polmoni, di mattina, presto, appena svegliati, dopo il caffè. E come una sigaretta potreste evitarlo. Se odiate gli immigrati, se pensate che un po’ meno libertà economica sia sacrificabile per vivere tutti un po’ più uguali, se credete che le merci cinesi ci uccidano, lasciate perdere. Non addentratevi oltre in queste righe: spegnete la sigaretta, anzi non accendetela. In questo pacchetto giornalistico nel giorno del dramma romano, ma anche veneto, lombardo, campano o pugliese, vogliamo sostenere che l’immigrazione è una salvezza per l’Italia. Vorremmo ricordare che il liberismo, anche quello un po’ straccione delle nostre parti, porta ad un progresso collettivo. Vorremmo raccontare, come fece cento anni fa Bastiat, che «dove non passano le merci (anche quelle cinesi, nda) passano gli eserciti».
Insomma ogni scusa è buona per ritornare nel cantuccio dello Stato protettore, della Mamma Nazione, della protezione dagli altri. Un fatto di cronaca diventa la scusa per confutare la bontà di un progetto di società aperta e liberale. Si confonde lo strappo violento alle regole che ci siamo dati con l’essenza stessa delle regole. Spieghiamoci meglio. Un gruppo di economisti di un secolo fa era alla disperata ricerca di una relazione sull’andamento dell’economia scozzese. Dopo molti studi e ricerche avevano scoperto un certo andamento simmetrico tra la quantità delle piogge e il Prodotto interno lordo della zona. La relazione era costante nel tempo, ma di segno inverso a quanto gli economisti avrebbero sperato: meno pioveva (in una zona essenzialmente agricola) e più la produzione prosperava. Ovviamente la correlazione cercata, per quanto suggestiva, fu cestinata. Tutti i giorni, anche noi, commettiamo un errore simile. Mettiamo in relazione episodi di violenza da parte degli immigrati, con l’immigrazione nel suo complesso. E percepiamo un rapporto di causa-effetto indissolubile tra le due variabili. Come nel caso della pioggia scozzese, la relazione apparentemente esiste. In Italia infatti un quarto delle denunce penali riguarda immigrati e un quarto della popolazione carceraria non è italiana.
Da un altro punto di vista invece gli immigrati sono una salvezza per l’Italia. Su 3,7 milioni di regolari vi è un tasso di occupazione (non si considerano vecchi e bambini) del 74 per cento: dodici punti percentuali più che per gli italiani. Questi signori fanno lavori (dalle fabbriche alle badanti) che gli italiani richiedono, ma non fanno più: producono una ricchezza pari a 90 miliardi di euro, il 6,1 per cento del Pil. Insomma contribuiscono al benessere del Paese quanto una regione del Mezzogiorno.
Come per la pioggia scozzese, in buona sostanza, non riusciamo a distinguere i termini esatti della relazione. Questi numeri non tolgono la brutalità, il degrado delle nostre periferie in mano a delinquenti spesso immigrati, non leniscono il dolore dei vivi e le torture subite dai morti, cercano solo di indirizzare la rabbia verso l’incapacità italiana di gestire l’ordine pubblico. E cercano di salvare il principio liberale (liberista) per cui non sono le frontiere il problema, sia per la convivenza civile sia per la prosperità della nostra industria, ma l’incapacità di fare rispettare le leggi che ci sono e gestire l’ordine pubblico.
Il controllo, la certezza delle pene, la sanzione dura per l’illegalità sono l’architrave di una società aperta. E non si tratta di un optional trattabile.
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