Frosinone Mobbing, condannata la Provincia del Pd

Dopo trent’anni di lavoro alla Provincia di Frosinone, e nonostante la sua qualifica di funzionario, si è ritrovata poco a poco e senza un perché messa da parte, defraudata di mansioni o con compiti da svolgere dequalificanti rispetto al suo profilo professionale, fino ad essere privata per lunghi periodi addirittura della sua scrivania.
Si chiama mobbing. E Franscesca Di Fazio è la dipendente in questione, che lo scorso 29 gennaio dopo una lotta durata anni in Tribunale ha vinto la sua battaglia contro l’amministrazione provinciale, condannata al risarcimento del danno biologico, morale ed esistenziale. La Provincia di Frosinone è stata dichiarata responsabile dell’insorgenza a carico della lavoratrice di uno stato patologico definibile come «depressione ansiosa reattiva a cronica evoluzione» e per questo dovrà pagare 40mila euro. E, ironia della sorte, i fatti contestati nel ricorso della Di Fazio abbracciano le due consiliature del presidente Francesco Scalia, nominato qualche giorno fa proprio assessore al Personale della Regione Lazio al posto di Marco Di Stefano.
Le prime difficoltà sul posto di lavoro risalgono al 2002, dopo un trasferimento ritenuto illegittimo dalla lavoratrice. Da quel momento in poi è stato un crescendo di vessazioni, dall’inattività forzata all’esclusione da iniziative formative, di riqualificazione e aggiornamento professionale. All’ordine del giorno anche aggressioni verbali da parte dei superiori. È del 2003 il primo certificato dell’ospedale San Andrea che evidenzia nella dipendente uno stato ansioso depressivo. «Nel 2005 - racconta la Di Fazio - è stato nominato mio superiore un collega che al concorso per funzionario era arrivato sei posti dopo di me». Impossibile sottrarsi al progressivo accerchiamento, all’ostracismo continuo da parte di colleghi e dirigenti pronti a compiacere il politico di turno. Soprattutto inutile domandarsi il perché di tanta asprezza. «Per fortuna - continua la dipendente - sono sempre stata consapevole che quello che mi stava accadendo non dipendesse dalla mia incapacità ma da un sistema che aveva deciso di mettermi da parte». La salute, però, nel frattempo ne risentiva. E dall’istruttoria è emerso chiaramente - anche grazie al parere favorevole di un Ctu che ha riconosciuto alla dipendente un danno permanente dell’11 per cento - che le patologie accusate dalla Di Fazio erano strettamente legate alle vicissitudini lavorative. «In questi giorni si parla tanto di molestie sessuali, ma anche quelle morali - si sfoga la lavoratrice - meriterebbero di essere denunciate con la stessa importanza, perché quando si subiscono si muore un po’ dentro».