Frutta, sudore e determinazione «Così ho vinto la sfida della vita»

«(...) mi permette di esprimere la parte più vera e vitale di me stessa. Quando corro sento la vita pulsare nel mio corpo, e tutto è in sintonia: il respiro, i battiti del cuore, le gocce di sudore, i muscoli che si contraggono. È come una musica meravigliosa che scandisce il ritmo di me stessa. C’è chi la chiama meditazione, io la chiamo essere in sintonia con se stessi».
«Correre finché non ce la fai più», il suo motto. I terreni preferiti jungle e deserti. Le distanze? 150 - 200 chilometri. «C’è il dolore, le vesciche, la paura quando mi trovo in luoghi sperduti, ma il senso di soddisfazione che provo quando supero i miei limiti compensa ogni ostacolo».
In realtà tutta la sua vita è una sfida: cresce tra Bruzzano e la Comasina, frequenta il liceo classico Omero. Un giorno per strada assiste a un incidente. Il primo istinto è quello di correre per aiutare il ragazzo investito. Poi l’illuminazione: iscriversi a Medicina, per poter aiutare gli altri anche in futuro. Si laurea in medicina nel luglio 2003. Il 25 febbraio la ritroviamo all’aeroporto con un biglietto di sola andata per Londra in tasca. «A 18 anni ho fatto una vacanza a Londra e me ne sono innamorata. Così mi sono ripromessa di imparare l’inglese e di trasferirmi lì». Detto fatto. Studia inglese alla sera mentre frequenta l’università. «Credevo che la mia vita a Milano stesse diventando un po’ troppo semplice per i miei gusti - racconta dall’aeroporto di Heatrow, in coda al check in per l’India -, potevo benissimo immaginarmi da lì ai successivi 10 - 20 anni, stessi posti, stessa routine».
Così si scrive alla specialità in anestesia e rianimazione a Londra, bagaglio di 15 kg e 400 euro in tasca. «Mi piacciono le sfide e l’idea di trasferirmi da sola in un paese straniero, e per giunta lavorare in un ambito così competitivo e stressante quale la medicina d’urgenza e la rianimazione, mi affascinava».
Trascorre i suoi week end nel Regno Unito a correre: «Andavo nei parchi o in campagna, correvo 5 ore al giorno. Ho sempre avuto la passione - spiega- ho cominciato durante una vacanza in Sicilia a 11 anni, al liceo facevo atletica, ma nulla di più». Arrivata alla soglia dei 30 anni sente che c’è qualcosa che non va...«Continuavo a chiedermi “cosa mi renderebbe veramente contenta? Cosa potrebbe farmi sentire diversa?”». E lì scopre la Jungle marathon: 200 km di corsa, divisi in sei tappe, nella jungla brasiliana, una delle dieci maratone più difficili al mondo. In un attimo è iscritta. Trova un trainer on line, Ray Zahab, e si allena.
Ottobre 2007 è alla partenza della maratona: «Mi sentivo assolutamente inadeguata: c’era gente con fior di sponsor, abbigliamento tecnico, che aveva già corso le maratone estreme di mezzo mondo. Io ero da sola, con la mia frutta secca e le noci nello zaino». E la voglia di farcela. Così non solo riesce ad arrivare al traguardo- il 40% degli atleti si ritira-, ma addirittura arriva terza tra le donne. «Mai avuto paura? Sì, eccome: la maggior parte del tempo lo passi da solo nella jungla, che è un ambiente molto claustrofobico. Un giorno ho sentito uno strano suono: era un giaguaro! Mi sono fatta forza e sono arrivata al successivo check point il più velocemente possibile. C’erano anche momenti in cui sentivo di non farcela più tanta era la fatica e lo stress mentale. Un’altra volta ho pianto per ben 6 km, pessima scelta in un ambiente dove l’umidità è almeno dell’80% e la disidratazione uno dei rischi peggiori». Nel momento in cui ha tagliato il traguardo, la sua vita è cambiata. «Adesso ho la certezza che posso farcela, sempre».
«Corri, Stefania, corri».