Dal fruttivendolo a Cl: la lunga maratona di Lupi

«Dove non c’è ironia non c’è umanità». Si conclude con questo post scriptum La prima politica è vivere (Mondadori, pagine 102, euro 17,50) di Maurizio Lupi, vicepresidente della Camera (nel tondo). Perciò non se la sarà presa se il suo primo libro è stato subito bersaglio del dileggio di un comico in voga (Maurizio Crozza) e di un giornale con il vento in poppa (Il Fatto quotidiano). La satira è il pepe della comunicazione e ci si può divertire anche parlando del bene comune o della questione morale. A patto che, però, messi da parte gli scherzi, si sappiano riconoscere i meriti di chi è in grado di suggerire una pars costruens con idee utili al bene comune. In un momento in cui sventola l’antipolitica, crollano i mercati e le domande, anche quelle degli elettori, si fanno più stringenti, La prima politica è vivere porta alla luce l’altra faccia della casta. Quella che vive la politica come servizio, come vocazione. Cominciando a rispondere alle domande della gente comune. Come può un cattolico essere coerente difendendo Berlusconi? Cosa vuol dire essere morale per un politico? Quando una legge è giusta? Cosa significa agire per il bene della collettività? E, soprattutto, con tutto quello che si vede in giro, ne vale veramente la pena?
Per Lupi tutto comincia in un’aula della Cattolica alla fine degli anni Settanta. Due studenti stanno parlando di un libro di Vaclav Havel, intellettuale dissidente che qualche anno dopo diverrà presidente della prima Repubblica Ceca. Il protagonista di Il potere dei senza potere è un fruttivendolo che una mattina decide di non esporre più in vetrina il cartello con la scritta «Proletari di tutto il mondo unitevi». Un gesto semplice che innesca una slavina. Anche Lupi, studente di Scienze politiche è in quell’aula perché affascinato da don Giussani e dal movimento di Comunione e Liberazione. Dove ha imparato che il cristianesimo non è un insieme di regole, ma un avvenimento nel quale «il significato della vita si rende fatto, persona».
La storia del fruttivendolo senza potere insegna che anche nelle condizioni più avverse si può essere protagonisti, provando a cambiare noi stessi senza aspettare che cambino le circostanze. Nel ’93 Lupi approda in consiglio comunale come ultimo eletto nelle liste di una Dc moribonda. Ma nella legislatura successiva, eletto con Forza Italia, diventa assessore al Territorio e all’urbanistica della giunta Albertini. È in questi anni che Lupi comprende la forza innovativa del principio di sussidiarietà. Lo vede applicato nelle associazioni di solidarietà (la Casa della Carità), nei centri di aiuto allo studio (Portofranco), nell’iniziativa di tanti cittadini che rispondono alle esigenze più e meglio delle istituzioni. Quando, nel 2001, arriva alla Camera, il neodeputato si porta dietro questo bagaglio. Due anni dopo, in un Parlamento già molto rissoso, da una cena alla quale partecipano Alfano, Enrico Letta, Bersani, Casero, Realacci nasce l’Intergruppo della sussidiarietà che oggi conta 340 deputati e senatori di vari partiti. Ma nelle giornate romane di Lupi c’è posto anche per le passioni del tempo libero. Come la maratona (ieri ha corso a New York), «vera metafora della vita», perché «richiede sacrificio, volontà e passione». E che diventa motivo di aggregazione bipartisan con il Montecitorio Running Club. Per chi non vede l’avversario come un nemico, tutto l’impegno politico è rivolto al confronto con persone che hanno cultura e formazione diverse.
Ne è un esempio l’amicizia con Ugo Sposetti, a lungo tesoriere dei Ds, forse «quella che ha segnato di più questi miei anni in Parlamento». Nei quali, sulla scia del Rubygate, riesplode clamorosamente la questione morale. Anche se formazione e comportamenti privati sono diversi da quelli di Berlusconi, per Lupi la testimonianza del cristiano non è innanzi tutto un fatto di coerenza. Per un cattolico l’etica è frutto di un’estetica non di un codice. Certo, a grande potere corrispondono grandi responsabilità. Ma i politici vanno giudicati sui fatti, sull’efficienza e sulla dedizione al bene comune. E il libro di Lupi è una miniera di buone ragioni per credere nell’impegno e nel servizio alla collettività. Come documentano la Summer School per 400 ragazzi, nella speranza che nasca «una nuova generazione di cristiani impegnati in politica» (Benedetto XVI), e una miriade di altri incontri e iniziative costruttive.
Insomma, visti i tempi grami e disfattisti che corrono, questo diario di politico cattolico è una testimonianza controcorrente da tenere ben stretta. Ovviamente, scherzi a parte.