Fs: uno timbrava per tutti, ora tornano al lavoro

Trenitalia ha riassunto gli otto ex dipendenti. In agosto uno era stato scoperto a usare il cartellino per gli altri colleghi. Hanno ammesso le loro colpe e sono stati puniti con 66 giorni di stipendio persi

A leggerla così, la conciliazione fra Trenitalia e gli otto dipendenti di un’officina di riparazioni genovese licenziati perché uno timbrava il cartellino per gli altri sette, sembra un capolavoro di democristianeria vecchio stile: gli otto licenziamenti sono stati confermati, però poi verranno tutti riassunti ex novo e, quindi, ritireranno le vertenze di fronte al giudice del lavoro.

E invece. Invece, è l’esatto contrario dei riti della prima Repubblica e delle fumisterie tese ad accontentare un po’ tutti. Perché la sentenza di Genova è qualcosa che farà storia. Grazie al colpo di teatro del direttore delle Risorse umane di Fs Domenico Braccialarghe e degli uomini dell’amministratore Mauro Moretti, uno che si porta nel Dna la parte migliore dell’essere sindacalista; all’ottimo lavoro di mediazione del giudice del lavoro Marco Gelonesi e anche alla ragionevolezza dei sindacati, che pure non sono completamente soddisfatti. Si meritano il nome anche gli avvocati delle parti, Paroletti e Califano: la trattativa è stata a base di fatti e non paroletti e tutto il resto non è stata noia.

Un trionfo. Persino la politica ne esce bene, con il governo che - per bocca del sottosegretario Carlo Giovanardi - ha auspicato fin da subito una sentenza che, da un lato, salvaguardasse le regole, ma dall’altro non infierisse su famiglie di lavoratori, in alcuni casi monoreddito e con figli, che avevano commesso una gravissima leggerezza, ma che non erano una banda di ladri.
Per certi versi, la sentenza di Genova è qualcosa di rivoluzionario. Anche perché sancisce la fine dell’epoca in cui, per i pretori del settore, i lavoratori hanno sempre ragione e vanno sempre reintegrati, senza nemmeno leggere quali sono gli addebiti a loro carico.

Stavolta, no. Stavolta, Trenitalia ha avuto la dignità e la serietà di tenere il punto. Ma anche l’umanità di non rovinare otto famiglie per un errore, grave finché si vuole, ma pur sempre un errore. Anche perché il timbratore e i sette «timbrati» non avevano causato danno economico all’azienda (non scattavano ore di straordinario), ma solo rotto il rapporto fiduciario con Trenitalia.
Si era partiti da posizioni apparentemente inconciliabili. Da un lato, l’azienda che aveva immediatamente licenziato la «banda del cartellino», scoperta da un dirigente probabilmente perché il timbratore stava litigando al telefono ad alta voce con la moglie. Dall’altro, i lavoratori che chiedevano la nullità dei licenziamenti e l’immediato reintegro nel posto del lavoro.

È finita con il riconoscimento da parte dei ferrovieri «dell’assoluta gravità della commessa violazione degli obblighi contrattuali relativamente all’uso improprio e illegittimo del badge» e con «l’accettazione del licenziamento quale sanzione per il comportamento tenuto e il conseguente ritiro del ricorso». Insomma, ammissione di colpa su tutta la linea.
In compenso, «al fine di offrire una nuova opportunità ai lavoratori», Trenitalia li assumerà ex novo dal 15 ottobre, sessantasei giorni dopo il licenziamento in tronco. Sessantasei giorni dopo l’ultima giornata di stipendio e di contributi pagati dalla società ferroviaria ai dipendenti che - di fatto - subiscono una punizione molto più dura dei dieci giorni di sospensione dal lavoro e dallo stipendio prevista dal contratto nazionale.

Insomma, siamo a una svolta. Siamo al figliol prodigo applicato alle officine ferroviarie. Trenitalia non si è calata le braghe e, soprattutto, non ha delegato la gestione dei rapporti di lavoro e delle relative sanzioni alla magistratura. Ma, contemporaneamente, ha evitato di accanirsi nei confronti di padri di famiglia che hanno certamente sbagliato, ma che - come dire? - non erano propriamente una pericolosa associazione a delinquere.
Resta un particolare: i sette più uno avevano detto di aver timbrato prima per non perdere il treno. Missione compiuta. Sul tren(italia) ci sono poi saliti. Solo, sessantasei giorni dopo.