«Fu una bomba: il processo non doveva neppure iniziare»

da Roma

Il generale Lamberto Bartolucci festeggia senza scomporsi assieme agli avvocati che gli sono stati a fianco in questa lunga battaglia. Mantenendo un contegno «militare» si congratula con i difensori Vincenzo Crupi e Ugo Biagianti, poi con Daniela Ceci ed Elisabetta Forlani che invece trattengono a stento lacrime e sorrisi. Dopodiché si mette comodo, e racconta.
Generale, incubo finito?
«Finito sì. Sembra una frase fatta ma io ho avuto davvero fiducia nella giustizia anche quando tutto sembrava andare contro la logica e l’evidenza dei fatti. È stata una vicenda lunga, sopportare tredici anni un’accusa infamante come quella di aver tradito il mio Paese non è stato facile. Finalmente dopo due gradi di giudizio e un’istruttoria dibattimentale molto analitica, si è accertato ciò che è davvero successo: ovvero che né io né Franco (Ferri, ndr) abbiamo mai attentato agli organi costituzionali. Abbiamo sempre svolto il nostro lavoro onestamente e non abbiamo mai, dico mai, raccontato bugie. Quello che abbiamo detto all’epoca era il frutto di un accertamento ufficiale disposto con criterio dalla forza armata. Le prove che sono state portate in dibattimento, i testi, le perizie, tutto insomma, hanno dato una spallata al teorema accusatorio costruito sul nulla».
Che idea si è fatto di questo processo?
«Io dico che questo è un processo che non si sarebbe mai dovuto celebrare perché il processo vero era quello finalizzato ad accertare le vere cause della tragedia. Ma non si è voluto portarlo avanti preferendo un’inutile caccia alla streghe».
Come si potevano accertare le cause della tragedia?
«C’è un documento ufficiale importantissimo: è la relazione della commissione Misiti voluta proprio dal giudice istruttore Rosario Priore che, personalmente, nominò periti di fama mondiale. Bene, nel luglio 1994 questi consulenti dicono al giudice di Ustica che per avere la certezza definitiva sulla causa della tragedia occorrono tre o quattro miliardi di lire: servono per ripescare gli ultimi resti dell’aereo rimasti in fondo al Tirreno. In confronto alla montagna di soldi spesi giustamente per indagare in ogni direzione, è una bazzecola. Invece il giudice non accoglie la richiesta e poi avalla quell’ipotesi di “quasi collisione” - definita fuori tempo massimo da altri periti - che non aveva e non ha precedenti nella storia dell’incidentistica aeronautica internazionale. Davvero un peccato...».
Venticinque anni dopo, a suo avviso, che cosa è successo nei cieli di Ustica?
«L’Aeronautica militare all’inizio non ha mai voluto fare ipotesi, rispettosa degli accertamenti di una commissione d’inchiesta ministeriale (essendo l’incidente civile) e di un’indagine giudiziaria. Su mio ordine, vennero consegnati immediatamente i nastri, i tabulati, tutti i documenti in nostro possesso. Era la prassi in caso di incidenti aerei. Adesso, venticinque anni dopo, mi rifaccio sempre a ciò che la commissione peritale più autorevole ha stabilito esaminando il relitto: non è stato un missile, bensì una bomba. Ma non chiedetemi chi l’abbia messa e perché...».