Fu un ingegnere la prima «cavia» per l’elettroshock

La psicologia gode oggi di ottima salute e fama. La psichiatria, invece, non ha avuto la stessa sorte. Per quanti tentativi si possano fare, essa non è vendibile. Non può partecipare - se non in forme caricaturali o addolcite - al circuito narrativo di cui vive il mondo mediatico: troppo contigua alla follia, a una sofferenza spesso avvertita come inumana, è rimasta la cenerentola delle scienze mediche. Qualche volta il lupo cattivo, come è il caso di Ugo Cerletti, inventore dell’elettroshock.
Tutto cominciò al mattatoio di Roma, nel 1937. L’allora cattedratico di Clinica delle malattie mentali e nervose vide come ai maiali, prima di condurli al macello, si propinasse una scossa elettrica per renderli incoscienti senza ucciderli. Forse è possibile, pensò Cerletti, che adattando voltaggio e durata della scossa venga stimolato, in un cervello ottenebrato dalla follia, un primordiale istinto di sopravvivenza. Una mattina di aprile dell’anno successivo, nelle stanze più isolate della Clinica psichiatrica universitaria di cui era direttore, Cerletti - assistito da Lucio Bini, che aveva progettato l’apparecchio - somministrò l’elettroshock a un uomo. Si trattava di un ingegnere di 39 anni, fermato dalla polizia alla stazione centrale di Roma, senza biglietto, non in possesso delle sue facoltà mentali, e con una diagnosi di schizofrenia e paranoia, nonché alcolismo, tossicomania e depressione. Ripresosi dopo 0,2 secondi di corrente alternata a 80 volt, le sue parole furono: «Non fatelo un’altra volta. È la morte».
Fu l’inizio di un capitolo della psichiatria che provocò enormi fraintendimenti, strumentalizzazioni, abusi, infinite acerrime discussioni, e che ancora oggi, lungi dall’essere chiuso, scava un solco profondo tra coloro che difendono l’elettroshock come svolta terapeutica forse superata (dalle scoperte della psicofarmacologia) e coloro che invece lo additano come trovata rozza e violenta, da «macellai». Questioni forse insolubili, che ritroviamo, insieme al percorso intellettuale dell’uomo che molto più di altri ne è il rappresentante oggi semisconociuto, nella lunga introduzione di Roberta Passione al libro Ugo Cerletti - Scritti sull’elettroshock (Franco Angeli, pag. 238, euro 20). Indiscutibilmente, Cerletti era scienziato di genio. Nato nel 1877 a Conegliano Veneto, poco più che ventenne passava dagli studi di botanica a quelli del sistema nervoso e delle patologie correlate. Durante il Ventennio la repentina diffusione in Europa e negli Stati Uniti dell’elettroshock portò lustro alla scienza italiana. Candidato al premio Nobel, a ragione di successive ricerche (condotte usando se stesso come cavia) che contribuirono allo sviluppo della ricerca neurochimica, il nome di Cerletti resta però irreversibilmente legato a quell’elettroshock di cui pure lui auspicava la sostituzione con terapie meno drammatiche.