«Fu un’ubriacatura di libertà»

Chiara Saraceno, oggi ordinario di Sociologia a Torino, quando arrivò a Trento per insegnare aveva poco più di 22 anni. Era il ’69 e lei aveva un contratto annuale di collaborazione. L’unica donna nel corpo docente. «D’altra parte c’era un forte maschilismo anche dentro il movimento studentesco. Ed è quasi naturale che per reazione proprio Trento sia stata la culla del femminismo italiano...».
Giovane, precaria, del sesso “sbagliato”...
«Giunsi insieme a Francesco Alberoni che era “in uscita” dalla Cattolica di Milano. Aveva questa idea originale di portare con sé un gruppo di giovani per andare a fare un qualcosa di nuovo, e lo seguii con mio marito, Gian Enrico Rusconi. Che clima trovai? Strano. Trento era l’estrema periferia dell’impero, un posto bellissimo, ma poco più che un paesotto. Al di fuori della piazza del Duomo c’era poco altro. Eppure lì nacque la prima facoltà di Sociologia in Italia: una splendida idea che poi finì per esplodere - numericamente, politicamente e culturalmente - nelle mani di chi l’aveva partorita».
Cosa accadde?
«Io avevo già partecipato al movimento studentesco alla Cattolica: ma era un’altra cosa. Quelli erano davvero “figli di Milano”. A Trento no, gli studenti erano un corpo estraneo alla città, un gruppo di giovani arroccato ma anche isolato dentro l’università. Trento non li ha mai davvero accolti. Parlavano con un altro accento, vestivano in modo strano. Erano vissuti come qualcosa di “diverso”, antropologicamente prima ancora che politicamente. Per i cittadini questi ragazzi erano degli “invasori”. Anch’io l’ho provato: quando ci trasferimmo lì, i vicini di casa si stupirono: “Ma come fate a frequentare gli studenti, voi sembrate persone tanto per bene!”».
Gli studenti com’erano?
«Mi ricordo Mauro Rostagno, “immaginifico”, fantasioso. E Marco Boato, che invece era piuttosto noioso: criticava i professori ma lui era peggio. Erano i leader del movimento. Renato Curcio invece non era un trascinatore, alle assemblee non parlava mai. Si sapeva che era un sorta di “padre nobile” del movimento, ma quando lo conobbi aveva già in mente altri progetti, e infatti poi se ne andò a Milano».
Fu davvero «una stagione irripetibile»?
«Sì, fu una grande ubriacatura di libertà, e non in senso negativo: erano studenti senza radici che uscivano da forme di controllo sociale e si trovarono in una grande isola di libertà, con tutti i rischi del caso: tensioni, scontri, eccetera. E reggere non era facile: spesso i ragazzi venivano a bussare a casa nostra e ci chiedevano un aiuto, quasi fossimo dei genitori».
Allora immaginavate che Trento avrebbe anticipato la lotta armata?
«No, per il semplice fatto che la lotta armata non è nata a Trento ma a Milano, qualche anno dopo. Certo, alcuni fuoriusciti come Curcio impugnarono le armi, ma quello fu un altro filone. La lotta armata aveva bisogno di un contesto più articolato, delle grandi fabbriche, delle grandi città. Chi oggi dice che aveva intuito che dalle contestazioni agli esami si sarebbe passato al terrorismo, dice una bugia. L’episodio più violento a cui ho assistito è stato quando un ragazzo minacciò un professore dicendogli “Ti butto dalla finestra”. Qualcosa di inaccettabile, ma sta di fatto che quel ragazzo non fece “carriera” nelle Br ma in accademia... Una delle grandi proteste del movimento fu per introdurre l’insegnamento della psicanalisi o del marxismo!, altro che lotta armata. La verità è che quella stagione, nonostante gli inevitabili errori, fu uno scossone necessario che insegnò che le regole si possono contestare e a volte anche cambiare».