Fu il vento il vero colpevole delle bombe su San Lorenzo

Un soffio di vento, un leggero ritardo dei bombardieri e oltre 1600 persone trovarono la morte, sepolte dalle macerie del quartiere San Lorenzo, a Roma. Oggi ricorre il 65° anniversario del primo bombardamento americano della Capitale e la testimonianza diretta - e inedita - di un ufficiale d’Artiglieria fa cadere il velo su due fondamentali interrogativi rimasti insoluti. L’obiettivo era politico o militare? Con una maggiore precisione di lancio si sarebbe potuta evitare la morte di civili innocenti? La testimonianza viene riferita dal figlio dell’ufficiale, anch’egli colonnello d’artiglieria che, da bambino, sfuggì al bombardamento grazie a questa casualità.
È la mattina del 19 luglio 1943 quando, nel laboratorio di precisione del Regio Esercito situato accanto alla stazione Termini, si sente l’urlo della sirena antiaerea. Il direttore dello stabilimento militare, il colonnello Renato Cionci, dà immediatamente ordine a tutto il personale (1500 addetti) di correre nei rifugi antiaerei. Tuttavia, l’ufficiale non si ripara con gli altri, si calca in testa il suo vecchio elmetto Adrian della Prima Guerra mondiale e si aggira fra gli edifici ormai deserti per controllare che nessuno sia rimasto allo scoperto. Così ha la possibilità di notare sopra la sua testa un piccolo aereo da ricognizione americano, forse un Piper, che traccia un anello di fumo bianco sulla zona tra la stazione Termini (situata, all’epoca, molto più in avanti di quanto non sia oggi) e l’inizio della via Tiburtina. Era la tecnica generalmente usata per segnalare con precisione ai bombardieri l’area del bersaglio. L'obiettivo è dunque strategico-militare: oltre alla stazione - la cui distruzione ritarderebbe gli spostamenti verso Sud della divisione tedesca Hermann Goering, c’è il laboratorio di precisione, dove vengono prodotti e revisionati telemetri, goniometri e strumenti per il tiro dell’artiglieria.
Ma i bombardieri tardano ad arrivare, cosicché il leggero vento di levante sposta verso Est l’anello di fumo, stornandolo dall’obiettivo militare e portandolo sopra il quartiere San Lorenzo, dove vivono principalmente famiglie dei ferrovieri e sopra il cimitero del Verano. Quando i B17 arrivano per sganciare le loro 900 tonnellate di esplosivo, lo scempio coinvolge i vivi e i morti. La testimonianza sul segnale di fumo spiegherebbe anche perché gli Americani definirono l’operazione «Crosspoint» sostanzialmente riuscita, visto che tutti i «Groups» dichiaravano di aver centrato l’obiettivo, con ridotto margine di errore. Gli aerei, di fatto, sganciarono le bombe dentro l’anello di fumo, ma era lo stesso che, a causa del loro ritardo, si era spostato con il vento. Alcuni dietrologi dell’epoca sostennero che nel Verano fossero nascoste armi tedesche, ma non fu mai dimostrato nulla in proposito. Altri, che gli Alleati avessero voluto compiere, consapevolmente, un massacro di civili per piegare il morale della città.
In realtà i britannici meditavano di bombardare Roma fin dal ’41, ma gli americani si opponevano, a causa della possibilità di colpire obiettivi legati alla Santa Sede. A fine maggio ’43, Churchill riuscì abilmente a convincere gli Stati Uniti a effettuare un pesante raid diurno, concentrato solo su obiettivi militari, dando, di riflesso, l’ultima spallata al Regime.