In fuga da 22 anni torna a casa per morire

Sono stati i figli ad avvisare la polizia: «Nostro padre è tornato, adesso potete venire a prenderlo»

Andrea Acquarone

In fondo ha vinto lui, e chissà, forse la luce che si spegneva portandosi lontano l’ultimo respiro, gli sarà sembrata dolce e calda. Magari avrà anche sorriso pensando all’ultima beffa. Lui stava morendo, sì, ma lo stava facendo in casa propria, nella sua stanza, nel suo letto. Accarezzato dagli occhi di chi aveva amato. E non in una squallida cella, come un qualunque galeotto.
Stavolta dicono che nessuno avrà il coraggio di «vendicarsi» degli anni di caccia andati male, sfregiando il feretro con un paio di manette appoggiate sopra. Vittoria di Pirro dello Stato: i vecchi siciliani ricordano che così facevano le guardie con i ricercati che riuscivano a prendere solo quando ormai erano solo dei corpi senza vita.
Anche Domenico Lo Galbo era un latitante, anzi uno di quelli in cima alle liste dei catturandi. Uno che faceva paura, un boss, figlio di boss, da un quarto di secolo primula rossa della mafia. Forse somigliava a un Don Vito Corleone. Nessuno sapeva dove fosse nascosto, si mormorava fosse scappato all’estero, negli Usa. E nessuno nemmeno sapeva che da un po’ fosse solo un vecchio stanco e malato.
Domenico Lo Galbo, classe 1939 l’ultima «fuga», la più pericolosa della sua vita al di là della legge, l’ha compiuta solo per poter morire. In pace. Come uno dei tanti emigranti senza volto che sognano di poter un giorno tornare per addormentarsi tra i profumi della loro terra. Lui fino a 22 anni fa stava a Bagheria, una manciata di chilometri da Palermo, lì dove aveva la sua casa, lì vivevano i suoi figli. Sono stati proprio loro a bussare alla porta dei poliziotti. «Venite nostro padre è tornato a casa. Adesso potete venire».
Gli agenti lo hanno trovato già cadavere, nel suo letto. Non c’erano documenti, nessuna prova che fosse davvero lui. Come se il padrino avesse voluto rendere loro difficile anche l’ultimo, formale, compito. Quello del riconoscimento. Le impronte analizzate dalla Scientifica hanno dato la conferma: la salma era proprio quella del ricercato.
Da anni la famiglia Lo Galbo era inserita a pieno titolo negli organigrammi mafiosi: dalla Sicilia all’America. Era nipote di Filippo Ragusa, un importante capomafia, trafficante di droga, ritenuto dagli inquirenti una sorta di trait d'union tra le famiglie Gambino, Spatola e il bancarottiere Michele Sindona. Il fratello di Domenico, Carmelo, un imprenditore edile, venne assassinato il 6 maggio '89 a Bagheria mentre si trovava in auto con il figlio tredicenne.
Domenico era accusato di traffico di droga proprio con lo zio Ragusa la cui fidanzata, Esmeralda Ferrara, semisconosciuta cantante pop secondo le indagini dell’Fbi serviva da copertura al traffico di stupefacenti: l'eroina veniva inviata nei pacchi contenenti i suoi dischi incisi nel «centro italiano nastri» di New York. Una casa discografica, guarda caso, controllata dalla famiglia Gambino. Era il 1983 nello Stato di New York, i detective sequestrarono 18 chili d’eroina e Lo Galbo si diede alla macchia colpito da un mandato di cattura internazionale. In contumacia fu poi condannato a 18 anni. Non ne ha fatto nemmeno uno. La pena non hanno potuto dargliela gli uomini.