Fuga dalle urne

Se le cifre degli exit poll verranno confermate dallo spoglio delle schede - il che non è affatto sicuro, dato che i voti dei soldati potrebbero cambiare l’esile equilibrio che sembra esserci fra i partiti - si può dire che Kadima, che sperava di imporsi come partito-guida della prossima coalizione con 37 deputati, dovrà rivedere la sua posizione, visto che sembra averne guadagnati solo 32. I laburisti invece, che temevano un crollo, si sarebbero assestati attorno ai 20, mentre il vero crollo dovrebbe riguardare il Likud, che non sembra potrà contare in Parlamento su più di 11 rappresentanti. Com’era previsto il Partito dei radicali di destra di Liberman avrebbe ottenuto 14 seggi anziché 9, ma la vera sorpresa è rappresentata da un partito nato appena qualche giorno fa, quello dei pensionati, che i più ritenevano non avrebbe nemmeno superato lo sbarramento del 2 per cento e che sembra invece aver ottenuto ben 8 deputati. Tutto ciò cambia radicalmente le speranze dei partiti avanzate nella fase pre-elettorale. Ma perché è avvenuto ciò?
Il vero protagonista di queste elezioni è sicuramente stata l’indifferenza del pubblico. A nulla sono valsi gli appelli, le profezie cassandriche, le minacce di andare all’inferno per chi non votava per i partiti religiosi, le dotte analisi degli esperti: gli israeliani hanno votato coi piedi, nel senso che si sono tenuti molto lontano dalle urne. Ben 500mila aventi diritto residenti all’estero non sono rientrati in patria per votare. Ma anche un consistente numero fra coloro che vivono stabilmente in Israele ha preferito godersi il giorno di imprevista vacanza al mare o nei parchi, sfruttando la decisione (molto criticata) del governo di pagare la giornata come se fosse stata lavorata a chi si era assentato, e addirittura il doppio a chi si era presentato regolarmente al lavoro.
A fare il proprio dovere elettorale in massa ci hanno pensato i religiosi e i coloni. Comunque anche loro con una certa riluttanza, coscienti del fatto che, in barba a tutte le promesse elettorali a destra, al centro e a sinistra, il vero problema della guida del Paese nella prossima legislatura non sarà quello determinato dai voti, ma dagli accordi - sopra e sottobanco - tra i vari partiti. Che dovranno mettersi d’accordo, nonostante i contrastanti programmi e le antipatie personali, su una coalizione di governo carente di tre elementi essenziali per la sua stabilità: leader carismatici, ideologie pregnanti e onestà personale nella maggioranza dei nuovi e vecchi deputati.
In queste circostanze, è però importante sottolineare un’altra assenza: quella della violenza, ed in particolare la violenza terrorista. È vero che il livello di allerta era altissimo, che fra esercito, polizia e volontari sono stati mobilitati oltre 50mila fra uomini e donne, ma la maggior parte di loro ha passato la giornata a sonnecchiare nei posti di guardia. Nessuno dei 76 potenziali attacchi temuti, e dei 15 supportati da informazioni molto dettagliate, si è verificato. Si sono registrati solamente i consueti tiri di missili palestinesi, ormai diventati un evento giornaliero. Bisogna invece notare che Hamas non ha sfruttato l’occasione per onorare il suo «impegno costituzionale» di distruggere Israele. E con lui, o grazie a lui, anche le altre bande terroriste si sono tenute tranquille. Se questa «tregua» durerà, nessuno può dirlo. Comunque ieri Hamas, impegnato a fare approvare dal Parlamento palestinese il suo primo governo (come è avvenuto con 71 voti favorevoli e 36 contrari), ha inviato a Israele segnali di moderazione. «Per addormentarci e perché ha bisogno di tempo per organizzare la sua offensiva» dicono, pessimisti, portavoce ufficiali israeliani. R.A. Segre