La fuga dei giovani Rom

«Nemmeno uno, non se n’è fermato nemmeno uno». È deluso Padre Clemente, responsabile della Fondazione fratelli di San Francesco. Nel centro di assistenza di via Bertoni passano ragazzi di mezza Europa. Albanesi, slavi, ucraini. «Offriamo loro un percorso di integrazione, loro ci seguono e molti hanno imparato la lingua e trovato un lavoro». Ma per i rom è diverso. Venticinque nomadi tra i 14 e i 18 anni, nel corso degli ultimi mesi, sono passati di lì. Affidati alla Fondazione dagli agenti della polizia, quando l’Ufficio dei Minori del Comune è chiuso. Un pasto, un letto per dormire. «Poi, appena possono, se ne vanno».
Massimo due giorni, non di più. «Qualcuno - prosegue padre Clemente - è scappato la stessa sera in cui è arrivato». Perché? «Perché sono nomadi, e da nomadi vogliono vivere». Dopo i recenti sgomberi, nemmeno più una baracca. «Arrivano malnutriti e sporchi. E sempre da soli». Dei genitori, infatti, non si sa nulla. «I ragazzi dicono di non avere famiglia, non denunciano i genitori perché il più delle volte sono irregolari. Ma noi sappiamo che quando vanno via di qui c’è qualcuno che li aspetta. Così ricominciano la solita vita, a cui non riusciamo a dare delle regole». Eppure, «noi continuiamo a ospitarli, o almeno ci proviamo. Perché è difficile, perché non ci vogliono ascoltare. Perché in alcuni casi, prima di andarsene, hanno “alleggerito” la nostra casa». Di un percorso di integrazione non vogliono sentire parlare. «Il cibo, quello sì - dice padre Clemente -. Ma è ovvio: prima vivere, poi filosofare».\