In fuga dal Gps. Così mi perdo e non mi trova nessuno

A volte, non sempre, sono contento di perdermi e non sapere dove andare. Non dico che mi piaccia, però non disdegno di dovermi fermare a lato strada per frugare nel cassetto del cruscotto in cerca di un vecchio Tuttocittà. Sono contento di non aver fin qui imboccato un senso unico sbagliato per colpa di un navigatore convintissimo e poco aggiornato. Sono contento di perdere quel tanto di tempo a sfrucugliare cartine e memoria, soprattutto quella fotografica, per mandare a mente l'andamento di una strada e il nome delle vie che incrocerò. Gli anni passano e anche questo è un esercizio utile per evitare che i figli mi parcheggino troppo presto.
Non sono contento, ma provo soddisfazione per lo scampato pericolo, nel leggere che in un altro Paese c'è chi ha ceduto dietro compenso i dati degli utilizzatori di una marca di navigatori perché la polizia potesse mappare le zone dove i possessori di gps erano soliti pigiare sull'acceleratore. Così pizzicarli sarebbe stato più facile. Mi dà soddisfazione sapere che l'utilizzo di cartine e mappe stradali cartacee allena le sinapsi e tiene lontani dal Grande fratello che tutto controlla. Poi però mi girano vistosamente al solo pensiero che il telefonino in tasca sia un'antenna utile a seguirmi. Prima o poi troverò un rimedio anche a questo.
Sono contento nel constatare che giocando con la vecchia console fissa e con la nuova portatile nessuno mi porterà via i dati personali. Era invitante la possibilità di sfidare in un videogioco altri possessori in rete. Me ne sono guardato bene. Chissenefrega se la sfida con Hi Li di Shanghai sarebbe stata informaticamente esotica. E sono rinfrancatissimo nel realizzare che i figli sono ancora piccoli e non possono essersi collegati in rete per giocare con la console. Per i 77 milioni di utenti che hanno fato una cosa diversa e i cui dati sono finiti in mano a chicchessia... fatti loro.
E sono infine e soprattutto preoccupato dagli occhi di google earth, maps e quant'altro. Arrivano a ficcanasare ad un nulla dalle nostre case, sfiorando finestre, portoni e tapparelle. Ah però è così comodo vedere com'è il luogo dove andrò domani, pensano, ah però è così bello scoprire dov'è l'hotel in cui ho prenotato, sostengono, ah però era così normale e in fondo innocuo guardare un depliant e prendere nota di una via sulla cartina stradale, dico. Se non altro così non rischieremmo di trovarci i cartografi sul balcone.
Nell'attesa che si torni a un accenno di normalità, proseguo come sempre. Anche se è solo di sera, che in giardino o sul balcone, mi sento veramente a casa mia. Lo so. M'illudo che il buio protegga dal grande fratello.