Fuga da un paese in fiamme. La lunga notte di Gioiosa Marea

La lotta degli abitanti del Messinese assediati dalle fiamme, tra autobotti troppo grandi per strade così strette

Messina - Galbato è una frazione collinare del comune di Gioiosa Marea che si trova alla fine del Golfo di Patti, proprio di fronte a Tindari, altra estremità dell'insenatura. A valle, San Giorgio (frazione di antiche tradizioni marinare che si stende lungo la costa) più un nugolo di altre case che formano la contrada di Marotta. Sono le 23 quando accade l'imprevedibile: vento caldo, temperatura desertica (45 gradi) e la montagna che sembra un serbatoio di benzina. E quello che prima era semplice fumo diventano lingue di fuoco alte una trentina di metri il cui solo crepitare, nel silenzio della notte, ti mette angoscia.

Le fiamme avanzano inesorabili e sono vicine alla frazione di Marotta, 3 chilometri di strada, molto meno in linea d'aria: guardarle dal terrazzo di casa pare quasi di toccarle. È l’una di notte quando gli abitanti di Marotta lasciano le proprie case. L'apocalisse dura un'ora circa. Al termine della quale pare esserci un momento di tregua: il vento e le fiamme sembrano attenuarsi. È un'illusione che, però, dura lo spazio di un amen. Sono circa le 3 quando le fiamme riprendono vigore. L'angoscia cede il passo al panico. I numeri iniziano a intrecciarsi come una girandola: 115, 113, 1515, 112. «Stiamo arrivando», «Non ci sono squadre disponibili», «Abbiamo situazioni più urgenti». Le fiamme, intanto, avanzano inesorabili e arrivano a un tornante sotto casa, dopo avere intaccato vigneti e uliveti.

Verso le 4, finalmente i primi lampeggianti: sono i carabinieri delle stazioni di Patti e Gioiosa Marea. A seguire, dopo circa mezz'ora, quelli dei ragazzi del turno C della caserma dei vigili del fuoco di Milazzo. Ma i mezzi messi a disposizione si rivelano assolutamente inadeguati: due autobotti di cui una grande, non in grado di transitare per una strada che il Comune considera un optional dal punto di vista della manutenzione, e un'altra di piccola cilindrata in grado sì di transitare, ma che ha un piccolo inconveniente: ha poca autonomia di batteria. E senza batteria l'impianto col quale si attinge al serbatoio dell'acqua non funziona. L'autonomia finisce al primo tornante.

La reazione comune è di rabbia e sbigottimento: «Come è possibile?», «Ma il fuoco è vicino alle case». Sbigottimento che, inevitabilmente, cede il passo alla cosa migliore da fare di fronte all'alternativa che le fiamme avanzino ulteriormente e circondino la casa: sfoderare l'arte del fai-da-te. Canna dell'acqua e rubinetto a manetta. Una mobilitazione simile in una frazione di duecento e passa anime non si vedeva dai tempi dei tempi. Anzi, non si era mai vista.

Sono quasi le 7. Le fiamme, anche se in gran parte domate, hanno vinto. Il pensiero va a quegli alberi piantati dagli avi, curati con passione e sacrificio e che ricambiavano queste premure regalandoti olio di oliva unico. Ma, in fondo, a vincere siamo stati pure noi che, con le nostre sole forze, siamo stati tenuti in scacco dal «gigante rosso». Le case sono salve. Ci guardiamo negli occhi, un sorriso, un abbraccio. Una sensazione di sollievo, anche se ti sembra di vivere in un'altra dimensione. Il tempo di un caffè con gli amici di sempre, sebbene la paura sia talmente tanta che il solo pensiero di accendere il fornello della cucina a gas quasi ti terrorizza. Ma siamo tutti ancora qui.