Fuga dalla provincia islamica L’Occidente è una pizzeria

Non aveva grilli per la testa. Come i coetanei sognava di coronare un amore: aveva un lavoro e le piaceva uscire con gli amici

nostro inviato a Brescia

Diciassette chilometri lunghi quanto due secoli di civiltà. Hina scappava su una corriera azzurra e viaggiava veloce lungo la strada che andava in città. Brescia per lei era il miraggio, il mondo nuovo, essenziale, vero. Era tutto quello che voleva. Il resto non contava, era solo il retaggio di una cultura lontana, quella che lei non viveva, quella del padre. Erano urla e minacce, maledizioni e schiaffi. Guardava avanti e sorrideva Hina quando Sarezzo era lontana. Correva via veloce da quella casa di tre piani in via Dante dove viveva con i genitori. Scappava Hina verso sud. Alle spalle la Valtrompia, una sfilza di comuni seminati quà e là sulla statale, come una corsa ad ostacoli: Lumezzana, Villa Carcina, Concesio. Ad aspettarla Beppe, il suo grande amore con cui fare progetti. Una vacanza, una pizza con gli amici tutti insieme. Niente di eccezionale, niente illusioni o grilli da star. L’Occidente di Hina è un sogno normale. Non è il mondo magico della tv, ma una pizzeria o un pub, dove vanno a mangiare i camionisti, dove si tira a campare, pensando alla casa, al mutuo, ai figli, al sabato sera senza lavoro.
A fiumicello, zona della periferia di Brescia Beppe aveva un appartamento all’ultimo piano. Forse i sogni partivano proprio da lì. Vivere insieme, magari senza nascondersi dai genitori, senza inventare ogni volta balle alla famiglia. «Stasera dormo da un’amica», mentiva Hina. Solo così riusciva a sgattaiolare dentro la sua realtà. In zona aveva anche trovato un lavoro. In via Milano aveva visto un ristorante indiano dove cercavano una cameriera: L’India Antica. Un ristorantino senza grosse pretese, cimeli indiani sparsi sulle mensole laccate di bianco, un bastoncino di incenso che brucia sul bancone del bar, un paio di foto di santoni sconosciuti ai bresciani e gestione familiare: padre, due figli. Storia di immigrazione anche quella. Lavorava sodo Hina ed era ben voluta. «Non arrivava mai tardi ed era sempre gentile. Non ho mai avuto problemi con lei. Mi dispiace per quello che le è capitato. Poverina, l’ho vista tre giorni prima che sparisse». Da quelle parti il padre non si è mai fatto vedere, non avrebbe nemmeno tollerato l’idea che lei lavorasse in una pizzeria. «A prenderla la sera passava il fidanzato». Due vetrine più in là l’Easy Rider. Un pub per i giovani della zona. Magliette dell’Oktober fest appese a mo’ di quadri, fotografie di amici in compagnia davanti a una pinta di birra. Qui tutti sanno la storia maledetta di Hina e Giuseppe. «Hina veniva spesso - raccontano - A volte con il fidanzato la sera, all’uscita dal lavoro, altre volte passava per cambiare i soldi per la pizzeria. Niente look da velina, niente minigonne vertiginose o magliette troppo attillate. Hina era solare». Sorrideva sempre - dicono i suoi amici. E deve aver sorriso anche quella volta che aveva risposto: «Non preoccupatevi, alle sfuriate ci sono abituata». Ma quella sera, l’11 agosto, le cose sono andate male. A Brescia con la corriera Hina non c’è più tornata. Oggi è al cimitero Vantiniano di Via Milano, proprio dall’altro lato della via dove lavorava. È lì, nella zona riservata ai musulmani. Un cancelletto in ferro battuto con una mezza luna.
Ha la testa rivolta verso la Mecca, a nord, come prevede la buona creanza islamica, niente lapide, solo terra e fiori di plastica sbiaditi. Una targhetta con il nome: Hina Saleem: 19-12-1985, 11-08-2006. E il custode del cimitero che dice: «Qui non si vede mai nessuno. Neanche la madre».