In fuga verso il nuovo Medio Evo per liberarsi di telefonini e divieti

Il disprezzo del politicamente corretto nell’Età barbarica di Denys Arcand, film di chiusura all’ultimo Festival di Cannes, gli fa perdonare cadute di tono e incongruo lieto fine. Quote razziali, divieti di fumare, telefonini squillanti, malattie dilaganti sono i tratti di un presente, mostrato beffardamente come futuribile, che ha per alternativa un medievalismo da baraccone: ovvero, non saranno i devoti di Tolkien e comunque gli adepti dell’utopia retriva a salvarci. Con una lucidità già presente nelle Invasioni barbariche, Arcand è un acre critico del declino. Il funzionario pubblico (Marc Labrèche) al centro del film, uomo qualunque, Monsieur Hulot senza un Tati, affronta la globalizzazione sognando d’esser altrove. Purtroppo Arcand ci mostra che cosa e chi sogna, specie la vacua Diane Kruger.
L’ETÀ BARBARICA di Denys Arcand (Canada, 2007), con Marc Labrèche, Caroline Néron. 104 minuti