Fuga per la vittoria grazie a due italiani

Ottobre 1939: da poco più di un anno l'Italia ha iniziato ad emanare le leggi razziali. Gli ebrei sono espulsi «dalle scuole del Regno», «sollevati dagli incarichi e dalle cattedre universitarie», cacciati dagli impieghi pubblici. Nel frattempo, a Varsavia il capo della polizia di sicurezza nazista, Reinhard Heydrich, dà ordine di costituire il Consiglio ebraico, il cosiddetto Judenrat. Ed impone la concentrazione degli ebrei: circa 150.000 persone devono essere aggregate in un'unica area entro tre giorni. Nel marzo del 1940, la zona sarà definita «infetta». Il 27 dello stesso mese lo Judenrat riceverà l'ordine di costruire un muro perimetrale: cingerà ciò che resterà tragicamente noto come «Ghetto di Varsavia».
In quelle settimane, due diplomatici italiani, Mario Di Stefano e Giovanni Vincenzo Soro, spesso con il tacito consenso di alcuni dei più alti gerarchi fascisti, salveranno migliaia di polacchi ebrei. Fino ad oggi, la notizia è rimasta praticamente inedita. La vicenda è ora raccontata da Sergio L. Minerbi nel numero della rivista Nuova Storia Contemporanea diretta da Francesco Perfetti (Le Lettere, pagg.168, euro 10,50), che sarà in libreria da lunedì prossimo.
Dopo l'occupazione nazista di Varsavia, il 29 settembre 1939 quasi tutto il personale dell'ambasciata italiana di stanza in Polonia abbandona la capitale e, insieme con il governo polacco, va in Romania. Da lì, dopo venti giorni, fa rotta in Italia. L'unico che non rientra è Vincenzo Soro, a cui nei giorni seguenti è trasmessa «l'autorizzazione tedesca a recarsi per 15 giorni a Varsavia per chiudere l'Ambasciata». Resterà li per sette mesi e insieme con Mario Di Stefano salverà dallo sterminio nazista migliaia di ebrei e di aristocratici polacchi.
In Polonia, le notizie di deportazioni e di stermini di massa sono all'ordine del giorno. Di una Soro è addirittura testimone oculare: «A quell'epoca, - racconta il diplomatico in una testimonianza inedita rilasciata allo stesso Minerbi e pubblicata dalla rivista - fui per combinazione presente a un eccidio effettuato dalle truppe tedesche in un parco nelle immediate vicinanze di Varsavia». Dopo la strage, il diplomatico decide così di scrivere «due rapporti che Ciano (allora ministro degli Esteri ndr), non voleva presentare a Mussolini per non farmi passare dei guai, ma io lo pregai di farlo lo stesso, e infatti vennero consegnati direttamente a Mussolini».
Le due relazioni hanno l'effetto sperato: «Ricevetti subito una risposta del Conte Vidau (plenipotenziario al ministero degli Esteri, ndr), il quale mi autorizzò a rilasciare i visti necessari per salvare polacchi ebrei e non ebrei. Cominciai così a rilasciare i visti mentre in strada si allungava la fila dei richiedenti».
Tra questi, c'è anche il rabbino capo di Góra Kalwaria, Avraham Mordechai Alter, che in Polonia viene chiamato il «Papa degli ebrei»: con oltre 100.000 fedeli, la sua è una delle più importanti comunità di Hassidim in Polonia. In quella circostanza è «Mussolini stesso - racconta Soro - a darmi istruzioni di ottenere che Alter e la sua famiglia potessero espatriare e recarsi in Palestina».
Passano diverse settimane, ma il flusso di richieste non diminuisce. La disponibilità italiana è ormai sospetta, tanto che al consolato si affollano affaristi che tentano di farsi consegnare il visto più volte per poi rivenderlo. E giorno dopo giorno Berlino diventa sempre più diffidente verso i diplomatici stranieri a Varsavia.
Di Stefano decide così di scrivere all'ambasciata italiana a Berlino, sempre più sollecita a fare pressioni per «un tempestivo rientro». La risposta di Bernardo Attolico, allora a capo della missione tedesca, è immediata: in un telespresso del 28 dicembre 1939 ricorda «l'opportunità di limitare il nostro interessamento presso le autorità del Reich in favore di cittadini polacchi, soltanto ai casi in cui si possa invocare l'esistenza di un interesse italiano».
Alle pressioni da parte nazista seguono pure gli ostacoli burocratici. «A un certo punto i tedeschi mi domandarono: ma come può rilasciare dei visti per l'Italia se il vostro governo ha deciso l'espulsione degli ebrei stranieri?». Per Soro, l'unica soluzione resta il visto di transito: «Per renderli plausibili, chiesi ad un amico, che era il Console onorario di Santo Domingo, di darmi il suo timbro. Egli accettò ed io apponevo su una pagina il timbro del visto italiano e sull'altra quello di Santo Domingo».
Ma i guai non sono destinati a diminuire. Adesso l'obiezione dei nazisti è un'altra: «Come andranno a Santo Domingo senza biglietti di imbarco?». Soro si rivolge così all'agenzia «Italia», chiedendo «un pacco di biglietti di navigazione in bianco che riempivo di volta in volta e i numeri dei quali sarebbero stati comunicati alla sede centrale affinché non fossero onorati».
Le attività sono così frenetiche che - complice il Ministero - Di Stefano e Soro mandano a Roma gli elenchi nominativi solo dopo aver già concesso i visti, senza chiedere quindi alcuna autorizzazione preventiva. Contravvenendo alla legge, i passaporti sono compilati solo una volta arrivati a Varsavia dagli stessi diplomatici italiani.
Finiti anche quelli, - continua Soro - «ci trovavamo nell'impossibilità di aiutare le centinaia di ebrei che volevano abbandonare la Polonia. Pensai allora di emettere dei passaporti collettivi». Il ministero degli Esteri è informato quasi quotidianamente; la sua complicità - come conferma il diplomatico - è evidente: «Fui sempre aiutato dal Conte Vidau, con la completa cognizione di Ciano che coprì sempre tutte queste attività».
Presto però la condotta dei due italiani diventa un vero e proprio caso politico: il 18 marzo 1940, durante l'incontro del Brennero, è Hitler in persona a chiedere a Mussolini la rimozione di Mario Di Stefano. Lo stesso giorno, Soro è costretto ad abbandonare Varsavia. Negli ultimi cinque giorni è riuscito comunque a concedere altri mille visti. Saranno utili a salvare altrettante vite umane dal più tragico sterminio del secolo scorso.