Fugatti, il «kamikaze» padano che dopo i blitz batte in ritirata

«Onore alla Lega e al suo patriota» ha commentato a caldo Mario Borghezio. Solo che, come spesso gli accade, l’eurodeputato è stato l’unico. Così il «patriota padano», al secolo Maurizio Fugatti, deputato leghista, ieri s’è visto costretto a ritirare l’emendamento alla Finanziaria con cui proponeva di limitare a sei mesi la cassa integrazione per gli extracomunitari. Di fronte allo sdegno dell’intero arco costituzionale, infatti, la Lega lo ha elegantemente scaricato: «Il collega voleva solo introdurre uno spunto di riflessione, comunque era un’iniziativa a titolo personale» ha fatto sapere il capogruppo alla Camera Roberto Cota.
Lui non si è scomposto. Del resto il 37enne nato a Bussolengo, in quel di Verona, cresciuto e poi votato ad Avio, provincia di Trento, è uno che le staffe le perde di rado, parole sue, a dispetto di quel «Diaolo porco» che ogni tanto gli scappa ma che è più un intercalare, eredità della sua terra. E poi ognuno ha il suo ruolo nel Carroccio e Fugatti lo sa. Borghezio è quello che alza il tiro per arringare le «vallate armate» di bossiana memoria, per dire, mentre Cota porta avanti la linea del partito con toni decisi ma sempre da giacca e cravatta. A Fugatti spetta l’ingrato compito della testa di ponte, quello che cerca lo scatto in avanti, provando a «piazzare» il marchio padano nella commissione più importante, quella delle Finanze di cui fa parte.
Quando gli riesce è merito del partito. Se fallisce parlava «a titolo personale». Era già successo un anno fa o su di lì: un blitz dell’ultima ora in Finanziaria tentò di azzerare i vertici dell’Authority dell’Energia, primo firmatario Fugatti. Fu il putiferio, lui di nuovo non si agitò: «Polemiche più aspre del previsto, vedremo», poi sottoscrisse la resa, facendo retromarcia. Vita grama ma va così da due legislature. Nella prima in realtà, quella breve del governo Prodi, il Fugatti lo conoscevano in pochi. In quella attuale invece fa notizia. Lui, occhialino e titolo da commercialista anche se in gioventù sognava di fare l’elettricista, in verità non ama i giornalisti e rifugge i riflettori. Suo malgrado però ci finisce sotto.
Filosofo e fautore di quel «radicamento sul territorio» che in Trentino lo ha portato a raddoppiare dall’8 al 17 per cento i consensi, Fugatti non disdegna di portare in Parlamento le problematiche della «sua» gente. Così, nel mazzo delle sue ultime interrogazioni spiccano quelle in cui domanda al governo che cosa intenda fare per l’annosa questione dei «cavi telefonici scoperti che penzolano sopra le strade di Ziano di Fiemme, con pericolo per l’incolumità dei cittadini e danno di immagine dell’intero Paese», con la maiuscola, o per ovviare all’isolamento telefonico che «in località Sette larici dell’altopiano della Predaia» si verifica a ogni nevicata, e lassù nevica parecchio. L’ultimo gallone se l’è guadagnato alla buvette della Camera, per aver vinto la crociata autarchica contro il burro francese negli onorevoli piatti, che poi fosse per lui si mangerebbe coniglio e polenta tutti i giorni qui, come a casa sua.
A chi gli domanda se certe battaglie se le sogna di notte, Fugatti altro non può rispondere che sì, in effetti sono le ore piccole a portargli consiglio. Era l’estate del 2008 quando, incuriositi dalle finestre accese nel suo ufficio fino alle tre del mattino, i giornalisti iniziarono una caccia ante litteram delle notti brave del Fugatti. Lui deluse: «Coi colleghi del gruppo ci fermiamo fino a tardi a studiare i provvedimenti del Consiglio dei ministri, per caratterizzarli con l’impronta leghista». Emendamenti di gruppo. Ma se falliscono, il «kamikaze» padano se ne assume la responsabilità, a «titolo personale».