IL FUGGI-FUGGI PRIMA DEL CROLLO

Ieri alla Camera si è discusso a lungo di buoni pasto. Sì, avete letto bene: mentre il governo al Senato stava affogando, l’argomento che ha tenuto banco in aula e in Transatlantico è stato il ticket restaurant da spendere in alternativa alla buvette di Montecitorio. Altra questione assai gettonata nei discorsi degli onorevoli che soggiornavano nell’anticamera del Palazzo è stata la pensione. Ma attenzione: le discussioni non vertevano sulla riforma previdenziale, bensì sul giorno della legislatura superato il quale i deputati avranno diritto all’assegno per il meritato riposo. Insomma: come in qualsiasi crollo di regime che si rispetti, c’è chi continua a ballare sul ponte del Titanic senza accorgersi del naufragio imminente e c’è chi pensa al proprio futuro.
Già, perché nonostante il miracoloso salvataggio di Prodi consumatosi ieri a Palazzo Madama a opera di Francesco Storace (il quale per protestare contro la Tv che lo snobba ha pensato bene di assentarsi dal Senato nell’ora del voto: una decisione che, immagino, gli italiani non gli perdoneranno molto facilmente), per il premier è cominciato il conto alla rovescia che precede il lancio in orbita fra le stelle cadenti, o scadenti. Sì, lo so che fra i lettori c’è chi storce il naso e non per la messa a riposo del presidente del Consiglio ma perché il viaggio senza ritorno ritarda da troppi mesi. Stavolta però il clima che si respira attorno a Camera e Senato è quello da fine impero. Basta rileggersi le dichiarazioni di questi giorni per convincersene. Di Pietro prende le distanze dal governo di cui fa parte e chiede a Visco di dimettersi e a Prodi di fare un passo indietro. Mastella dice che così non si può andare avanti e parla di elezioni in primavera. Dini annuncia che non sta col Pd e prepara il balzo del rospo. E questo per dire dei più noti.
A scendere d’importanza, i dichiaranti sono ancor più espliciti, soprattutto con garanzia d’anonimato. Addirittura c’è chi giura di tentativi di trattare col nemico, l’odiato Berlusconi, per garantirsi una sorta di lasciapassare una volta caduto Prodi. Assicurano che lo stesso Veltroni ormai sia entrato a far parte del partito del voto. L’agonia del governo infatti non può che rendere agonizzante anche la candidatura del sindaco di Roma. Più il tempo passa e più la sua guida del futuro Pd si appanna. Già ora appena s’azzarda ad aprire bocca non c’è nessuno dei suoi che lo ascolti, come si è visto sulla Rai e sui contratti di lavoro, figuratevi tra sei mesi o un anno, quando il logoramento del governo avrà logorato anche lui.
L’aria che tira è quella del fuggi fuggi generale prima che tutto crolli. Se fosse coraggioso, il presidente del Consiglio busserebbe al portone del Quirinale e rassegnerebbe le dimissioni, riconoscendo d’aver portato l’Italia in un vicolo cieco e di averne appesantito il passo in un momento di ripresa economica (le previsioni di crescita del Pil per il 2008 sono all’1,3% e gli aumenti di pane, pasta e latte rischiano pure di far ripartire l’inflazione). Ma Prodi non è né coraggioso né capace d’ammettere d’aver fallito. Così, alla fine, toccherà chiamar gli uscieri per metterlo alla porta.