In fumo 158 anni di finanza

Fondata nel 1850 per il commercio del cotone, diventa banca d’affari e cresce insieme con gli Usa. Nel 1950 è socia di Cuccia

A casa con qualche scatolone e nient’altro: no stipendio, no liquidazione, no Tfr. E senza preavviso: è successo ieri, nelle due grandi sedi mondiali di New York e Londra. Così si è dissolta in pochi minuti una storia lunga 158 anni, quella dei fratelli Lehman, con 640 miliardi di dollari di passivo e 26mila dipendenti (6mila in Europa) a fare scatoloni. Compresi i 140 banchieri italiani.
Con Lehman Brothers non muore solo una banca d’affari, la quarta degli Usa, ma a sparire è anche un frammento intero del sistema capitalistico, a spegnersi è un pezzo del sogno americano. Fondato nel 1850, come è accaduto mille e mille volte nel «nuovo continente», da un immigrato europeo, il tedesco Henry Lehman, e divenuta Brothers (fratelli) con l’arrivo successivo di Emanuel e Mayer, Lehman è un piccolo negozietto che commercia in cotone a Montgomery, in Alabama.
Otto anni dopo i Lehman aprono un uffico a New York per essere vicini e poter operare alla Borsa del cotone di Manhattan. Perché il cotone, in quegli anni, rappresenta una delle più «liquide» tra la materie prime. E i Lehman la trasformano in finanza: anticipando il cash ai venditori, comprando e vendendo in conto proprio, o in conto terzi. Veri e propri agenti di cambio del settore. E da questo momento in poi, passando attraverso la guerra civile del 1860, i Lehman affiancheranno il loro passo a quello degli Stati Uniti d’America, la loro crescita allo sviluppo dell’economia del Paese, diventandone, dalla fine del 19º secolo fino a venerdì scorso, uno dei grandi finanziatori.
Lehman Brothers banca d’affari, mai banca commerciale, con i soldi dei risparmiatori negli sportelli a fronte degli impieghi erogati alle imprese. Pura banca d’investimento, investment bank, attiva a 360 gradi: sia sul mercato dei capitali (organizza emissioni azionarie, ricapitalizzazioni, collocamenti in Borsa), sia in quello del debito (emissioni obbligazionarie, cartolarizzazioni), sia nell’intermediazione. Una categoria di banca che in Italia non ha una lunga tradizione, se si eccettua Mediobanca (nata comunque 100 anni dopo Lehman), ma che nel mondo anglossasone rappresenta invece il modello che più ha contribuito allo sviluppo dell’economia. Ma anche agli eccessi della finanza, come si è visto in questi ultimi mesi.
Non ci saranno, allora, le file di risparmiatori agli sportelli di Lehman, timorosi di perdere i loro risparmi, perché Lehman non ha sportelli. Ma quello che perdono gli americani con il fallimento è in ogni caso un pezzo della loro storia.
Non senza conseguenze in Italia, dove Lehman Brothers è banca d’affari tradizionalmente bene introdotta. Specialmente dopo la seconda guerra mondiale. E in particolare dal 1956, quando a Lehman si rivolse Enrico Cuccia in cerca di nuovi investitori per avviare la privatizzazione di Mediobanca. Un delicato lavoro diplomatico, svolto soprattutto con la sponda di Carlo Bombieri, «ministro degli esteri» della Banca commerciale italiana, portò solo due banche estere a rilevare il 10% di Mediobanca: Lazard, legata a Cuccia dal solido rapporto con il banchiere André Mayer e appunto Lehman Brothers.
Di lì in poi la banca d’affari Usa ha intrecciato relazioni sempre più fitte nel nostro Paese, dividendosi equamente tra Milano e Roma, dove tutt’oggi hanno sede i due uffici italiani. A Milano per la finanza d’impresa, con l’apice raggiunto nel 2000 con l’Opa su Telecom, finanziata anche da Lehman dove, ai tempi, lavorava Matteo Arpe. A Roma per l’attività legata alle privatizzazioni e alle emissioni del Tesoro sul mercato dei titoli di Stato. Non a caso tra i banchieri recentemente assoldati c’è un ex ministro del tesoro quale Rainer Masera e l’ex capo dell’Alitalia, Francesco Mengozzi.