«Il funambolo e la Luna» sogno di Elisabetta Pozzi

L’opera di Ghiannis Ritsos va in scena al Teatro di Verdura: una storia che racconta la vita e la morte

Miriam D’Ambrosio

Elisabetta Pozzi riconferma la sua «dichiarazione d'amore» al poeta greco Ghiannis Ritsos (dopo Elena e Fedra) con Il funambolo e la Luna, poemetto in nove parti scritto in prosa ritmica, in scena stasera al Teatro di Verdura di via Senato.
Si tratta di una sorta di «monologo polifonico», «un flusso di pensiero, di memorie, di ricordi del funambolo che è il poeta stesso - spiega Elisabetta Pozzi - una storia raccontata senza date, vista con gli occhi dell'artista che guarda la morte e l'amore, eterna pulsione erotica verso il bello. “Sempre l'amore, principio e fine”, è così che inizia Ritsos».
Il funambolo sulla sua corda di luce, e clown, giocolieri, ballerine, cantastorie. Piccolo popolo circense, con i suoi numeri e i suoi racconti, sotto il tendone circolare come il tempo, come la storia.
Una chiara metafora della vita e dell'arte, composta dal poeta all'alba degli anni Ottanta.
«Il motivo di questa messa in scena era la voglia di rappresentare il testo e di non farlo morire, di farlo conoscere rendendo possibile una riedizione (sempre edita da Nicola Crocetti), dato che la precedente era esaurita - dichiara l'attrice - lo spettacolo è stato una buona occasione per salvarlo dalla morte editoriale». E questa è stata una delle battaglie di Elisabetta, che dice di sentirsi, a volte, come un novello Don Chisciotte contro i propri personali mulini. È «una che fa resistenza anche contro ogni speranza», una goccia sulla roccia che scava e porta avanti i progetti più cari. Insieme a lei sulla scena ci sono Alessio Romano, Elisa Galvagno, Noemi Condorelli, Leonardo Adorni, Iacopo Maria Bianchini, Alessandro Mori. Le musiche originali eseguite dal vivo sono di Daniele D'Angelo.
«In scena con me ci sono questi giovani artisti, alcuni attori del mio gruppo di Parma e tre acrobati - giocolieri e musicisti di “Teatro necessario”, una compagnia che fa teatro di strada - racconta Pozzi - ci siamo messi a lavorare insieme. Ne Il funambolo e la Luna non esistono ruoli, bisognava inventare un modo per metterlo in scena. Nella drammaturgia ci ha aiutato Ezio Savino che ci ha fornito preziose indicazioni su come trattare la materia.È stato un lavoro lungo, iniziato lo scorso inverno, uno spettacolo corale in cui ognuno di noi ha dato il massimo che poteva».
Giorgio Rossi ha curato le coreografie, Tiziano Santi le scene, Elena Mannini i costumi, «inventati da noi mentre si provava lo spettacolo - racconta l'attrice e regista - è stata una vera ricerca, come per le musiche create da Daniele che si è ispirato alla cultura mediterranea e ad atmosfere felliniane. Abbiamo usato anche il ritmo di un ricordo preciso di Ghiannis Ritsos che risale alla sua infanzia, quando la ricca famiglia si ridusse sul lastrico e, per mantenere un decoro davanti ai vicini, costringeva la poca servitù rimasta a battere scodelle vuote come se preparassero dolci e pietanze. E questa percussione l'abbiamo ripetuta».
In scena il funambolo è Alessio Romano ed Elisabetta è «la coscienza del poeta, l'attrice capace di entrare nel mondo poetico dell'artista, che sembra vivere in un suo paesaggio assolato», mentre a volte la vita avrebbe bisogno di un intervento diverso.