FUNARI NON VA OLTRE IL SUO OMBELICO

I fatti separati dalle opinioni, si diceva un tempo. E i fatti dicono che Gianfranco Funari, ogni qual volta è ospite di una trasmissione (come giovedì a Il senso della vita), ne incrementa l'audience. I fatti dicono anche che Funari non sta bene, il che porta a rinnovargli tutti gli auguri possibili per l'imminente operazione cui ha fatto cenno davanti a Bonolis. Non si rispetterebbe però lo sbandierato anticonformismo di Funari né il fiero orgoglio che lo contraddistingue se il responso dell'Auditel diventasse l'unico metro di giudizio di ogni sua esibizione, e se le condizioni di salute impedissero di entrare nel merito di cosa dice e di come lo dice. Ragione per cui, a costo di rompere per un attimo l'idilliaco clima di generale benevolenza che accompagna «a prescindere» qualsiasi ospitata di Funari, occorrerebbe cominciare a fare qualche distinguo. E provare a dire, ad esempio, che se nella foga tribunizia «antitutti e antitutto» alimentata dalla droga dell'Auditel gli scappa detto che «voterebbe Hitler piuttosto che un democristiano», magari il conduttore presente potrebbe prenderne almeno per un attimo le distanze, senza bersi con compiaciuta soddisfazione ogni bischerata o derubricarla nella solita comoda scappatoia della «provocazione». Ma non faremo a Funari nemmeno il torto di attaccarci a una battuta infelice, tipica di quell'eccitazione da video che fa presto a trasformarsi in patologia. Il vero problema, assistendo a queste periodiche esternazioni, è che ogni suo discorso o giudizio, anche quello in partenza più sensato e motivato, anche quello di potenziale interesse generale, viene immancabilmente ridotto a «questione personale», a dimensione autoreferenziale, perdendo senso e valore. Possibile che Funari non si renda ad esempio conto che le uniche valutazioni positive che gli escono dalla bocca si riferiscono a persone che hanno parlato bene di lui? Non è un buon messaggio per i giovani che Funari sostiene di amare, e nemmeno un segnale di valorizzazione del senso critico per cui Funari dice di battersi, che ogni questione dibattuta venga subordinata al piccolo contesto personalistico, allo sterile orticello dello sfogatoio egocentrico. Certo in questo modo si rafforza «il personaggio», si titilla la pancia dello spettatore, ci si sente sempre dalla parte della ragione e si prova il brivido di chi «gliele ha cantate chiare» (un collaudato cliché che il pubblico apprezza, senza guardare tanto per il sottile). Ma a questo punto della vita Funari potrebbe persino permettersi di prendere un po' le distanze dal proprio personaggio. Scoprendo che si può cantarle assai più chiare e con maggiore efficacia e credibilità se il proprio ombelico non diventa, ogni volta, l'unica misura di tutto.