Funerale in Laguna per far rinascere Venezia

Gli imbecilli, come li aveva sprezzantemente definiti il sindaco Cacciari, hanno celebrato ieri, sotto un cielo plumbeo, il funerale di Venezia. Gli imbecilli sono i veneziani del Movimento Venessia che non si rassegnano allo spopolamento della Serenissima perseguito da una classe politica inconcludente il cui principale obiettivo risulta essere stato negli negli ultimi anni la trasformazione del centro storico in una Disneyland al servizio della rossa Mestre. Una gallina dalle uova d’oro, la città dei Dogi, dove i residenti sono scesi sotto la soglia di 60mila, mortificata dall’invasione quotidiana di un turismo di basso rango modello mordi e fuggi che, diceva ieri un veneziano doc «dorme in terraferma, poi vien qui, no tira fora uno scheo, magna tramesin, caga, pissa e se ne va». In parole povere il modello mordi e fuggi tanto temuto dai bottegai ormai estinti e dagli albergatori già insidiati da una miriade di bed & breakfast a prezzi stracciati.
Il corteo funebre galleggiante è partito alle 11.30 dal piazzale della Stazione ferroviaria di Santa Lucia e ha percorso il Canal Grande fino a Ca’ Farsetti, sede del Comune a due passi dal Ponte di Rialto. In testa una balottina con la bara color lilla, corona di fiori dei cittadini veneziani, officianti con maschere e mantelli neri, la bandiera con il leone di San Marco che sventolava a poppa. E poi tanta gente al seguito su gondole e caorline delle remiere veneziane e lungo le rive e una selva di giornalisti e telecamere imbarcati per l’evento. Poche vogate e l’arrivo proprio sotto l’ufficio del Filosofo, assente per l’occasione, dove il portone del Municipio era chiuso e l’intero palazzo blindato da un cordone di agenti di polizia. Circa trecento i manifestanti, ma anche tanti cittadini ad applaudire quanti avevano organizzato e vivacizzato con lettura di poesie e intemerate anti-Cacciari la «mesta cerimonia». Il feretro in legno è stato posato sotto il portico e dopo diverse orazioni funebri rotto a pedate. E, sorpresa, ne è uscito un drappo con la Fenice, simbolo di una città che come già il teatro andato in fiamme, hanno detto gli organizzatori, dovrà risorgere dalle ceneri.
Poche ore prima l’assessore ai Lavori Pubblici Mara Rumiz aveva convocato una conferenza stampa per annunciare solennemente che in realtà gli abitanti sono 60.025, quindi sopra il livello di guardia, come se 25 residenti in più o in meno possano fare la differenza. È vero, ha ammesso la Zarina, non è un dato significativo, ma si tratta pur sempre di un’inversione di tendenza. Ma per favore.
Non esiste alcun palpabile cambiamento per questa povera e delicatissima città lagunare, sempre più cara e inaccessibile per chi ci vive, e meta di un turismo selvaggio che si muove come un elefante in un negozio di cristalleria, tutto concentrato nel sestiere Marciano, regno incontrastato di baristi, ristoratori, gondolieri, motoscafisti, vetrai e intromettitori (signori stipendiati da quanti vogliono mandare i turisti nei posti «giusti»: ce ne sono due, con cappellino e divisa, nella zona di San Giuliano, che a un bivio dirottano gli automobilisti stranieri verso vaporetti alternativi e più costosi). Nessuno del Comune che si sia mai ingegnato perché il flusso enorme di visitatori sia spalmato anche in altri sestieri, dove peraltro si vede la vera Venezia e non quella taroccata delle boutique, dei souvenirs e dei colombi di piazza San Marco. I veri e ormai pochi veneziani sopravvissuti, cui ieri è stato prelevato per scopi antropologici il Dna dai ricercatori del progetto Genographics giunti apposta dagli Stati Uniti, sono esasperati. I vaporetti sono sempre strapieni, le calli ostruite da orde di nuovi turisti dell’Est cui vengono venduti pacchetti vacanza a prezzi modici e dai greggi di americani e giapponesi che scendono dalle navi crociera, le drogherie scomparse, gli affitti alle stelle, i posti auto nei garage comunali non disponibili e comunque carissimi, i posti barca introvabili, e via dicendo. La politica dovrebbe creare nuova occupazione, l’unica disponibile attualmente è quella clientelare delle lobby che assume solo gli amici degli amici. E nessuno fa una piega se stranamente, pur di ottenere una licenza, venticinque tassisti acquei nello stesso giorno si iscrivono tutti al Pd. I veneziani tolgono il disturbo. Come osservava una scrittrice veneziana, Espedita Grandesso, sono spariti gatti e bambini, che erano il barometro della popolazione indigena. È difficile oggi a Venezia incontrare un veneziano. Si parlano tutte le lingue del globo, pochissimo il veneto. Persino gli artisti di strada, pittori e musicisti, non sono italiani. E una mela costa un occhio della testa. Prezzi alle stelle in una città già morta e defunta. Quale migliore definizione di Cara Estinta?