Il funerale di «Repubblica»

È iniziata la nuova campagna d’autunno di Repubblica e delle élite al governo del Paese. Tema del giorno è la morte del socialismo. L’obiettivo è il famoso partito democratico. Se si dimostra che il socialismo è morto, c’è solo da seppellirlo e la sinistra (termine, a questo punto, di grande astrazione) non ha che da mettersi al lavoro per costruire una nuova forza politica. Con chi e per che cosa è tutto ancora da definire, naturalmente. Per l’avvio di questa nuova offensiva sono stati assoldati due autorevoli studiosi stranieri (John Lloyd e Anthony Giddens) i cui canti funebri sono pieni zeppi di errori. I grandi studiosi, come in genere i grandi uomini, quando fanno gli errori anch’essi son grandi come è giusto che sia. La grandezza, infatti, è un valore permanente e Lloyd e Giddens sbagliando ne danno autorevole testimonianza.
Il controcanto all’orazione funebre sul socialismo (non manca, come al solito, il contributo di Ralph Dahrendorf) è stato affidato a Giuliano Amato, socialista d’antan e sottile disquisitore che mentre seppellisce la sua storia tenta di farne sopravvivere l’anima. La scena è perfetta e nelle prossime settimane altre voci si aggiungeranno al coro nel tentativo scoperto di togliere la materia del contendere dal percorso del partito democratico. Chi resiste a questo obiettivo dicendo che non vuole morire socialista, infatti, sbaglierà perché non si è accorto che il socialismo è morto. Anzi, secondo i nuovi necrofori, è lo stesso Partito socialista europeo a non essere più socialista (Giddens).
Per prudenza non hanno chiesto il parere a Zapatero o al vecchio Jospin o alla nuova stella del socialismo francese, Ségolène Royal. Anche a Tony Blair è utile non chiedere nulla. Quando una persona cara muore, è d’obbligo non parlarne molto ai parenti. Nei canti funebri non manca qualche sfregio come quello che fa Giddens quando dice che il socialismo è morto nel 1989, l’anno della caduta del Muro di Berlino. Si gireranno nella tomba non solo i Turati, i Saragat, i Nenni, i Craxi ma anche i Mitterrand e i Brandt che hanno tutti speso una vita per testimoniare che il socialismo era altra cosa rispetto al comunismo. E quel Muro era comunista, non socialista. Per non parlare di altri strafalcioni storici ed economici che Giddens e Lloyd riferiscono quando discutono del fallimento della presenza pubblica nell’economia confondendola con il dirigismo statalista. Poco importa, però, questa approssimazione da Bignami perché la posta in gioco è quella di dare legittimità al governo delle élite economico-finanziarie.
Il motivo è tutto qui, dare forma di partito a chi partito non è, nascondendo così la natura finanziaria del nuovo potere. Per far questo c’è stato bisogno prima di colpire a morte il tentativo della sinistra post comunista di essere, con forza, presente nel mondo finanziario e quindi aggredire l’Unipol e il suo legittimo tentativo di scalare una banca come la Bnl al di là delle responsabilità di alcuni suoi dirigenti. Il secondo tempo è questo, la dichiarazione di morte del socialismo perché sulle sue ceneri sia possibile costruire quel partito democratico che altro non è se non la finanza fatta politica. Se non ci fosse più un solo motivo per i socialisti di chiamarsi socialisti, ne resterebbe almeno uno, quello di esaminare criticamente la nuova struttura del potere, la sua legittimazione democratica e i termini migliori per coniugare, nella stagione della globalizzazione, democrazia e sviluppo.
Ai lettori che potrebbero chiedersi del perché della nostra difesa del socialismo va ricordato quel che diceva Giuseppe Mazzini a proposito della libertà. Scrivendo ai patrioti austriaci Mazzini, infatti, diceva «Io difendo la vostra libertà perché amo la mia libertà». I nuovi necrofori, con Carlo De Benedetti in testa per la seconda volta, non vogliono seppellire solo il socialismo ma l’intera politica con tutte le sue culture di riferimento e i suoi nuovi orizzonti per affidare alle élite illuminate e finanziarie il governo del Paese. Vedremo nei prossimi giorni chi, nell’area socialista vecchia e nuova avrà il coraggio di dare voce alle ragioni della politica e della storia, ricordando che solo chi ha un passato che vive può costruire un futuro credibile.