Funi e Licini i suoi «allievi» italiani

Qual è stato il rapporto fra Derain e gli artisti italiani del suo tempo? Intenso e conflittuale, di fascinazione e fastidio. Derain era celebratissimo negli anni tra le due guerre da critica e mercato, e il suo successo non gli procurava simpatie. Si spiegano così, per esempio, le parole che gli dedica De Chirico. Il quale ricorda che una volta Paul Guillaume, uno dei mercanti più prestigiosi di Francia, aveva girato mezza Parigi perché era stato preso da un violento desiderio di vedere Derain. E poiché «con quelle voglie bisogna stare attenti, perché sono come le voglie di una donna incinta», Guillaume non aveva avuto pace finché, dopo aver corso trafelato da una parte all’altra della città, non l’aveva scovato, nella sala di un cinema. L’apologo di De Chirico indica la fortuna commerciale di cui godeva Derain. Ma non solo i galleristi lo adoravano. Molti artisti, approfittando anche della presenza frequente del francese alla Biennale di Venezia (nel 1926, nel 1928 e soprattutto nel 1932 dove aveva una sala personale ed esponeva ben 14 opere) guardavano a lui. Molta nostra pittura degli anni Trenta si ispira alla sua stesura leggera, anche se solida. Tra i «derainiani», in particolare, spiccano due pittori diversissimi: Funi e Licini. Il primo riprende, di Derain, il segno lieve di certe figure femminili, dove la leggerezza dei contorni si mescola a una volumetria imponente. Il secondo guarda a Derain nelle nature morte e nei paesaggi del suo periodo giovanile, prima di approdare all’astrattismo.