Il «fuoco amico» frena le riforme a un passo dal sì

Paolo Armaroli

La riforma costituzionale è ormai a un passo dal traguardo. Presentata dal governo il 17 ottobre 2003, è stata approvata con modifiche dal Senato il 25 marzo 2004, licenziata con ulteriori modifiche dalla Camera il 15 ottobre successivo e confermata dal Senato il 23 marzo scorso. Conclusa così la prima lettura, la commissione Affari costituzionali di Montecitorio dal 26 al 29 luglio ha esaminato in seconda lettura il testo. Dopo un'ampia relazione del presidente Bruno, hanno preso la parola per i Ds Marone e Leoni, per la Margherita Zaccaria e Bressa, per i Verdi Boato. Ordinaria amministrazione e nulla più. Il 19 settembre la riforma approderà nell'aula della Camera, che non tarderà a pronunciarsi. Poi, tra dicembre e gennaio, il Senato darà il disco verde definitivo. Seguirà con ogni probabilità un referendum confermativo nell'autunno del 2006. Cioè dopo le elezioni politiche.
Tutto dovrebbe filare liscio come l'olio. Difatti nel corso della discussione in assemblea non sono ammesse in seconda lettura la questione pregiudiziale e quella sospensiva. Può essere chiesto soltanto un rinvio a breve termine sul quale decide inappellabilmente il presidente. Non basta. Dopo la discussione sulle linee generali si passa alla votazione del progetto di legge senza procedere alla discussione degli articoli. Non sono ammessi emendamenti, né ordini del giorno, né richieste di stralcio di una o più norme. Sono ammesse unicamente le dichiarazioni di voto. Sorprese, dunque, non dovrebbero essercene. Tanto più che la votazione avverrà a scrutinio palese.
Ma la coda, si sa, è la più dura da scorticare. E in questi ultimi giorni diversi esponenti di An non hanno nascosto le loro perplessità. A dare il la al fuoco di sbarramento è stato Storace. Il ministro della Salute in linea di principio non è contrario alla riforma costituzionale. Ma invita la Casa delle libertà a portarla a compimento solo se ha la certezza della vittoria. Altrimenti sarebbe solo Prodi a trarne vantaggio. Perché potrebbe tenere a bada Regioni che si comportano come Repubbliche sciupone e avrebbe tutti gli strumenti per governare. Ma gli ha subito obiettato il ministro per le Riforme Calderoli, pezzo da novanta della Lega, che la riforma non si propone di avvantaggiare l'uno o l'altro schieramento. È invece necessaria per lo Stato, le Regioni e gli enti locali. E ha aggiunto che se Storace teme la sconfitta elettorale, andrà a finire proprio così.
A sua volta il ministro delle Comunicazioni Landolfi lancia una provocazione. Suggerisce di approvare senz'altro il federalismo e di rimandare il resto alla prossima legislatura. Magari con l'istituzione di un'assemblea costituente. Landolfi è un tipo sveglio. E sa che tutto questo non è possibile per le ragioni procedurali suddette. Ma allora non si capisce perché avanzi un'idea che non sta né in cielo né in terra. Infine Fisichella continua a dire peste e corna della riforma. È arcinoto che non ama il federalismo. Ma proprio per questo dovrebbe considerare la riforma federale della Casa delle libertà come il male minore, dato che ha il merito di correggere il federalismo sbracato introdotto dal centrosinistra alla fine della scorsa legislatura. È mai possibile che un fine studioso di scienza politica come lui non afferri la differenza?
A mettere una pezza si è provato - onore al merito - solo Gasparri, per il quale An non può che onorare i patti sottoscritti. Giusto. Altrimenti, buonanotte ai suonatori. Perché il governo salterà in aria, la Casa delle libertà si scioglierà come il sangue di San Gennaro e Prodi farà il bello e il cattivo tempo. È questo che si vuole?
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