Fuoco amico nell’Unione Il premier ora rivede lo spettro del complotto

Il momento nero del Professore tra i richiami di Napolitano e il calo di consensi. E Boselli (Sdi) rivela: «Anche a sinistra c’è qualcuno che vuole sostituirlo»

Laura Cesaretti

da Roma

È la giornata più nera per Romano Prodi da quando, meno di cinque mesi fa, si è istallato a Palazzo Chigi. Così nera che nel centrosinistra si comincia a temere il peggio, qualcuno lo chiama «avvitamento», qualcun altro «piano inclinato», il socialista Villetti paventa «l’incidente», il bertinottiano Forgione si consola: «Prodi non cadrà ora perché quegli altri non sono ancora pronti», senza spiegare chi poi siano «quegli altri».
Il black thursday del premier inizia di buon mattino col disastroso sondaggio di Repubblica, accompagnato da un editoriale di rara pesantezza, e con i titoli di tutti i giornali sulla tirata d’orecchi che anche il Quirinale gli ha impartito sulla Finanziaria. Prosegue con la clamorosa batosta inflitta dalle agenzie di rating internazionale, che declassano l’Italia con giudizi assai pesanti sulla politica economica del governo. Si conclude in bellezza a Verona, con lo stadio del Papa che lo fischia e lo insulta mentre acclama il suo rivale Berlusconi. Nel mezzo c’è di tutto: c’è persino il governo che viene messo in minoranza in commissione Esteri alla Camera perché lo stesso centrosinistra giudica troppo tenue il suo impegno a favore della moratoria Onu sulla pena di morte. C’è il travaglio del Partito democratico e la bagarre nella Margherita, dove i prodiani alimentano lo scandalo-tessere per ottenere spazi e indebolire Rutelli. E c’è il presidente del Senato Franco Marini che reclama una revisione bipartisan della legge elettorale proporzionale, facendo insorgere i partiti minori dell’Unione (Pdci, Prc, Udeur) e alimentando il sospetto di chi, nelle file prodiane, vede ovunque manovre di accerchiamento. Già, perché anche il premier vorrebbe una revisione in senso maggioritario del sistema. Ma «non ora che ci sono altre urgenze», dicono i suoi, e soprattutto non così: un «tavolo» bipartisan sotto l’egida di Marini squasserebbe gli equilibri dell’Unione e inaugurerebbe un dialogo tra poli fuori dal controllo del governo.
I segnali di tempesta per il premier ieri hanno raggiunto e superato il livello di guardia. Tanto che dal bunker di Palazzo Chigi, dove ormai volteggia minaccioso lo spettro del «complotto», è stata sollecitata una prima raffica di colpi di avvertimento: ed ecco dunque Enrico Boselli, leader dello Sdi, che manda un segnale preciso a quanti, «anche nel centrosinistra» puntano alla caduta di Prodi «pensando di sostituirlo con un altro governo: deve essere chiaro che dopo questo governo ci sono solo elezioni anticipate, nessun governicchio o grande coalizione». Ed ecco il ministro ds Vannino Chiti che gli dà ragione: «Se il governo Prodi dovesse cadere sarebbe la fine della legislatura».
Romano Prodi ha già additato i colpevoli dell’assedio ai suoi danni nell’intervista contro i «poteri forti» concessa al Pais. Intervista, raccontano i bene informati, che ha mandato su tutte le furie persino Eugenio Scalfari, finora paladino del governo e della sua manovra. Quel giorno però il fondatore di Repubblica ha alzato il telefono per protestare vivacemente con Palazzo Chigi per le accuse del premier contro i giornali cattivi. «E così, con quell’intervista, siamo riusciti a giocarci anche l’ultimo giornale amico», sbuffano al Botteghino.
Ma la lista dei sospetti a Palazzo Chigi si allunga ogni giorno. Le uscite sulla legge elettorale di Franco Marini (il cui nome viene fatto girare come possibile capo di un «governo istituzionale»), l’algido distacco di Massimo D’Alema, che si dice «felice di essere altrove» rispetto alla cronaca politica italiana (e il cui nome svetta in testa al sondaggio, unico ministro benvoluto dal popolo secondo Repubblica), e infine anche l’interventismo di Giorgio Napolitano contro l’«arroccamento» sulla Finanziaria e a favore di un maggior «confronto» in Parlamento. «Napolitano ha da sempre una linea filo-imprenditori - spiegava ieri ad alcuni compagni di partito il segretario Prc Giordano -, ma non credo lavori per altri equilibri politici, anche perché sa bene che operazioni del genere devasterebbero per primo il suo partito, i Ds. Certo non noi, che all’opposizione siamo ben allenati».