Fuoco davanti alla moschea: "È un attentato" 

Bruciata nella notte davanti al centro religioso di Segrate (Milano) la macchina del predicatore. Ma gli investigatori sembrano scettici sulla sua versione dei fatti. Il viceimam ne è certo: "Ho sentito due boati e ho visto un uomo lanciare una molotov. Poi è fuggito con un complice su un’auto"

Milano - Due esplosioni nell’oscurità, a una manciata di secondi l’una dall’altra, un minuto dopo la mezzanotte di domenica. Movimenti concitati, ombre, forse bisbigli. E quel che resta della Peugeot 306 parcheggiata davanti all’ingresso principale dell’istituto islamico di Segrate, alle porte di Milano, è davvero poco. «Ci sono diversi aspetti da ponderare e varie ipotesi investigative» dicevano, molto perplessi, i carabinieri mentre, nel primo pomeriggio di ieri, si accingevano a concludere la complessa fase di repertazione dei frammenti della vettura di Hamid Zariate. Lui, laureando marocchino 24enne, residente in provincia di Biella, quest’anno, dal 24 luglio al 4 settembre - cioè mentre l’imam Abu Schwaima si trova in vacanze in Giordania - ha le chiavi della moschea di Segrate, con il compito di seguire la struttura e la preghiera del venerdì. È così che anche i muri esterni dell’edificio sono rimasti anneriti dalla prima delle due esplosioni.

Il pm della Dda Alessandra Dolci ha aperto un’inchiesta con l’ipotesi di reato di danneggiamento seguito da incendio per la distruzione dell’auto. Solo se si configurasse l’ipotesi di un reato a sfondo politico-ideologico il procedimento potrebbe essere assegnato al Dipartimento antiterrorismo della Procura. Tuttavia, mentre il giovane marocchino è certo che l’attentato abbia una matrice politica e che il vero obbiettivo non erano né lui né la sua auto bensì la moschea, gli investigatori, i carabinieri del nucleo informativo e la Digos, non ne sembrano convinti.

«Il primo boato - spiega Zariate - mi ha svegliato e quando ho aperto la finestra ho visto di fronte a me, vicino alla moschea, la mia auto in fiamme. Non sono riuscito a chiamare nessuno, né ad avvicinarmi alla macchina per spegnerla quando ho visto un uomo - che dalla fisionomia non era straniero, ma italiano - lanciare una seconda molotov e poi fuggire con un complice su un monovolume. Intorno all’auto c’erano dei sacchi con materiale infiammabile. Del resto sono mesi che, con il clima d’intolleranza che si è creato, riceviamo lettere minatorie, anche personali. Abbiamo chiesto un minimo di controllo fuori dal Centro islamico, ma non ci è mai stato concesso».

Tuttavia le sue dichiarazioni sono in contrasto con quelle degli investigatori. Che non hanno trovato né tracce di vetri di molotov né dei cosiddetti «sacchi con materiale infiammabile», ma solo rimasugli di piccoli contenitori di plastica ai quali, forse, qualcuno ha dato fuoco prima di lanciarli contro la vettura di Zariate attorno alla quale, peraltro, liquido infiammabile non ce n’era. Inoltre sono convinti che il marocchino non abbia potuto distinguere nessuno, trovandosi ad almeno 25 metri dagli attentatori.

«Era mezzanotte, c’era buio pesto. E intorno alla struttura (dove, lateralmente, c’è solo un piccolo cimitero musulmano, ndr) non c’è nient’altro, nessuna costruzione, nessuna luce» fanno notare gli investigatori. Che aggiungono: «Al momento non escludiamo nulla. Neanche che a portare a questo attentato, siano stati problemi interni alla moschea, tra la gente che la frequenta. Niente che riguardi il clima d’intolleranza che, di solito, porta i responsabili a firmare gesti come questi, con scritte e rivendicazioni. Magari sui muri della moschea, no?».