Il fuoco su Olimpia

Dopo il dibattito parlamentare e l’audizione dell’altro giorno di Guido Rossi, tutto sta lentamente diventando più chiaro nella vicenda Telecom. Intorno ad essa si è scatenata, infatti, una lotta di potere spietata e senza quartiere. Andiamo con ordine. C’è chi, come Piero Fassino, sostiene la necessità di un aumento di capitale in Telecom per ridurre il peso del debito e rilanciare gli investimenti. L’obiettivo vero, invece, è aprire le porte della società telefonica a nuovi soci che premono per entrare a prezzi stracciati. La Telecom, come ormai dovrebbe essere noto a tutti, ha ricavi, flussi di cassa e utili netti in grado di garantire non solo il pagamento degli interessi su di un debito in larga parte a lungo termine e a tasso fisso, ma anche di dare dividendi per oltre 3,2 miliardi di euro ogni anno. Con una parte di questi soldi si può, all’occorrenza, fare anche altre acquisizioni. Sopra Telecom c’è Olimpia, che ne controlla il 18 per cento. Essa è posseduta, dopo l’uscita di Intesa e Unicredito, per l’80 per cento da Pirelli e per il 20 per cento da Benetton. Ha 3,1 miliardi di euro di debito e ogni anno ha un utile netto di oltre 200 milioni di euro. Ciò vuol dire che Olimpia in cinque anni può abbattere di un terzo il suo debito che scade, appunto, nel 2011. Ci fermiamo qui perché Pirelli, che controlla Olimpia, non ha mai ricevuto dividendi da Telecom.
Questi, in estrema sintesi, i numeri. Perché, allora, questa offensiva a tutta birra contro Pirelli e Tronchetti Provera? L’obiettivo sempre più chiaro è ridurre il controllo di Pirelli in Olimpia al di sotto del 50 per cento per potergliela eventualmente sfilare. Lo strumento è un aumento di capitale riservato non ai furbetti del quartierino ma ad alcuni furboni della filiera finanziaria nazionale e internazionale che, con i soldi degli altri, spesso hanno costruito, come abbiamo già detto in passato, fortune personali di quattrini e di potere. E quali sono le armi messe in campo? Le stesse di ieri, dell’altro ieri e di sempre. Pressioni al ribasso sui titoli di Pirelli e di Telecom per rendere più difficile la gestione del debito di Olimpia mettendola così in difficoltà con le banche. Ma chi gioca al ribasso? Il mercato, come si usa dire. Un po’ per ignoranza e per paura di alcuni suoi protagonisti minori, molto più perché mani forti premono in quella direzione. E di chi sono queste mani? Dei fondi di investimento, naturalmente. Ma molti fondi non sono di proprietà di banche nazionali e internazionali che sono a loro volta creditrici di Telecom? Certo. E perché allora alcune banche puntano a mettere in difficoltà i grandi gruppi di cui sono creditori? Per mangiarli meglio, direbbe la finta nonna di Cappuccetto Rosso, prendendone così il controllo quando oltre ai quattrini c’è in ballo altro potere. E Telecom ha potere da vendere.
Una riprova? Intesa e Unicredito escono da Olimpia incassando da Pirelli 1,1 miliardi di euro e nello stesso momento, insieme ad altre banche, danno a Tronchetti Provera 750 milioni di euro comprandogli circa il 39 per cento di Pirelli-Tyre. Uno «stop and go», come si dice in gergo, al termine del quale Tronchetti e Pirelli sono ancora più sotto pressione. E come sempre capita, alle pressioni del mercato si aggiungono quelle delle inchieste giudiziarie. Serie e legittime, naturalmente, ma con una inquietante tempistica. Dopo l’audizione di Guido Rossi il ricordo è andato, come ha detto il senatore Grillo, al trimestre giugno-agosto ’93. Anche allora le banche misero in ginocchio la famiglia Ferruzzi e con Guido Rossi svalutarono le sue partecipazioni e trasformarono i propri crediti in capitale di rischio diventando così padroni della Ferruzzi Finanziaria. Arrivarono le inchieste giudiziarie e il trimestre si concluse con il suicidio di Raoul Gardini. Questa volta non sarà così, ma le analogie sono impressionanti e i protagonisti gli stessi. E le stesse sono le ragioni di potere.
Ieri Mediobanca, Generali, Gruppo Rcs-Corriere della Sera. Oggi il tentativo di intrecciare nel controllo di Telecom chi governa la finanza bancaria e assicurativa e i due più grandi gruppi editoriali del Paese, Rcs-Corriere della Sera e Repubblica-Espresso. Se così dovesse avvenire, il cerchio di potere si chiuderebbe e assumerebbe inevitabilmente un profilo illiberale. Come si vede, la posta in gioco è altissima e riguarda la natura della nostra democrazia, il suo assetto di potere e la visione elitaria che del governo del Paese si tenta di imporre. Altro che i fantasmi dirigisti di cui parla Michele Salvati sul Corriere della Sera. In ballo ci sono il futuro democratico del Paese e la tutela dei piccoli risparmiatori che mai come in questi anni sono stati ricorrentemente truffati dai maggiori protagonisti del mercato. Nel rispetto, naturalmente, delle sue regole.