Il «furbetto» scivolato su microfoni e cellulari

Fu lui a coniare il termine «furbetti del quartierino» per definire gli scalatori della scorsa estate

Gianluigi Nuzzi

da Milano

«Ma quali contatti? Ma che contatti con i soci del Corriere della Sera? Dico, scherziamo? Mica sono un elettricista io, io sono Ricucci. Con loro non ci parlo, ecco». Giù a ridere, a sfottere, a far la gara di chi la spara più grossa, sentendosi con entrambi i piedi sotto la scrivania di via Solferino, a dare del tu a direttori e leader politici. Eravamo a luglio scorso. Ricucci primo azionista di Rcs, la Consob indaga, le procure scaldano i muscoli. Ma lui se ne frega. Certo, è sotto inchiesta da maggio per aggiotaggio con Giampiero Fiorani in Antonveneta. Ma se ne cura poco. Compiendo il primo davvero tragico errore di valutazione sullo scacchiere giudiziario.
Il primo errore. Fu infatti quel 4,96% nella banca padovana, fu proprio l’accordo sottobanco con Chicco Gnutti, Giampy e i contadini lodigiani a far scattare l’allarme prima a Lamberto Cardia e poi a Francesco Greco in procura. A far mettere i telefoni sotto controllo. A farlo seguire nel giorno del matrimonio con una nave spia delle Fiamme gialle. Anche perché le dettagliate note degli 007 della Finanza, quelli del terzo reparto, negli anni passati erano rimaste impolverate in archivio. Ora è diverso. Complice anche la sfortuna certo, visto quel controllo «casuale» all’auto di due suoi collaboratori a Ponte Chiasso che già il 21 febbraio 2005 aveva portato una spanna di documenti sul tavolo degli inquirenti. Insomma, sempre più guardato a vista.
Sembra che se ne accorgano tutti tranne lui, obnubilato dalle copertine e furibondo per le indagini anche giornalistiche, dal Sole al Giornale. Così ogni volta che parla in pubblico, tronfio, compie un reato. Antonveneta? «Un investimento stabile da cui si aspetta interessanti risultati nel medio-lungo periodo». Balla. Rcs? «Non ho finanziamenti in corso garantiti da pegno su azioni Rcs». Così le inchieste emergono. A fine luglio il gip di Milano blocca le azioni in portafoglio di Antonveneta e lo sospende per due mesi dagli incarichi. È la fine dell’ascesa.
Le intercettazioni. Si torna a Zagarolo. Piano piano. Escono le intercettazione della scalata, irrompe il memorabile «Ahoo, non famo i furbetti del quartierino» che entra negli annali, crea l’Albertone di piazza Affari. E soprattutto sblocca le indagini che nel frattempo si erano moltiplicate. Dopo quella di Milano su Antoveneta, Roma ora indaga sulla scalata Bnl e anche su quella a Rcs; Milano su Antonveneta con attenzione per i destini del Corriere. Si moltiplicano le iscrizioni nel registro degli indagati. Aggiotaggio manipolativo e informativo.
La linea del dialogo. A settembre Ricucci inaugura la linea del dialogo. Il 19 bussa in procura a Milano. Faccia a faccia con gli inquirenti. Per ore racconta la sua verità. Certo simpatico, la battuta pronta, la documentazione disponibile, certo. Ma in termini concreti è un disastro. Non gli crede nessuno. Ed è questo il secondo errore. Cambia consulenti d’immagine. Cambia difensori. Lascia uno come Corso Bovio che del tribunale di Milano conosce anche gli angoli più in ombra. Si affida ai Ripa di Meana, porta le off shore in Italia. Ma nota che la musica non cambia. Anzi è peggio. Giorno dopo giorno. «Vorrei che il mio cliente non andasse più sui giornali», prega il difensore in un giorno di settembre come se fosse colpa dei media se Ricucci è il tormentone dell’anno. Il 25 ottobre Francesco Greco si sente con Manlio Minale. Ricucci finisce indagato anche per la vicenda Rcs dopo che Roma già aveva aperto un fascicolo. In via Solferino sono sollevati. Diego Della Valle non commenta. Stavolta.
Il pasticcio di Billè. L’effetto valanga annunciato è concreto e travolge Magiste. Dicembre, ieri l’altro, procura di Roma: indaga per false fatturazioni e falso in bilancio l’ex re di Zagarolo. Stavolta le Fiamme gialle entrano nel cuore delle società di Ricucci. Controllano i conti. Svuotano gli archivi segreti nei garage. Frugano nelle cantine. La reazione di Ricucci è il silenzio. Totale. Mai una dichiarazione. Mai un’intervista. Qualche comunicato della società. Qualche lettera dei legali. Ma è un’inversione tardiva. Non appagante. Intanto Fiorani finisce in carcere e punta l’indice contro tutti. A iniziare dall’amico romano. Per terminare con Sergio Billè, vecchia conoscenza dell’immobiliarista. E già, perché anche il pasticciere della Confcommercio con una compravendita dubbia del palazzo di via Lima, con acconto da 39 milioni di euro della confederazione e mai definita, viene travolto prima di Natale. Compravendite immobiliari fasulle, acquisti pilotati, il Monopoli di Ricucci è truccato. Le vendite non sono sul mercato ma tra amici degli amici che girano i palazzi per farne crescere il valore e specularne fin che si può. Già ma fino a quando? Billè cerca di smarcarsi: «Ho sbagliato a fidarmi di Stefano Ricucci, ma ho agito in buona fede convinto di fare il bene della mia Confederazione». Non viene creduto e si dimette.
L’ultimo errore. In realtà il centro delle indagini che lo coinvolgono viene sfiorato solo ieri l’altro. Il 3 aprile quando Rodolfo Sabelli e Giuseppe Cascini prima di chiedere l’arresto lo interrogano. E lui candido candido sceglie di negare tutto: «La mia attività non ha influito sul titolo azionario della Rcs». È un altro errore. L’ultimo. Terminata la verbalizzazione in piazzale Clodio si riuniscono con gli inquirenti per decidere cosa fare. E la richiesta cautelare rimane l’unica strada percorribile. Ricucci non collabora. Ricucci nega. Ricucci ancora gioca con il titolo Rcs e inquina le prove. Questo stando a sentire le indiscrezioni di piazzale Clodio. Dall’altra parte ci si potrebbe chiedere se la misura cautelare era davvero idonea e indispensabile. O può essere la misura idonea per scoprire se dietro Ricucci ci sia stato qualcun altro nelle scalate e nell’aggiotaggio manipolativo del titolo di via Solferino.
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