Il furibondo Grosz che odiava tutto e tutti

La grande mostra di George Grosz, allestita a Roma a Villa Medici fino al 15 luglio, giunge a dieci anni da quella, altrettanto imponente, svoltasi al Guggenheim di Venezia. Questa volta, come dichiara il sottotitolo, «Tra visioni e realtà. Le opere teatrali e le opere politiche», il taglio è più specifico. Se, tuttavia, le seconde sono ben note e identificano immediatamente l’arte di Grosz, le prime sono assai meno conosciute da noi e per questo rappresentano un motivo di maggiore interesse.
Il vero problema dell’artista di Berlino è, però, quello del gap fra il suo segno incisivo e spesso originale e i contenuti apocalittici delle sue opere. Grosz è un pittore che non ammette mezze misure: o lo si accetta totalmente o lo si rifiuta. È un apocalittico alla Daumier, ma in chiave tedesca, che ritrae con la stessa violenza e crudeltà i diversi periodi storici in cui è vissuto, dalla Grande Guerra alla Repubblica di Weimar, dall’ascesa del nazismo alla fuga negli Stati Uniti. Il suo tratto, «tagliente come un coltello», come egli stesso lo definiva, non muta mai. Grosz è nella prima parte della sua attività un comunista convinto che, però, nel 1923, dopo un viaggio in Russia, esce dal partito comunista tedesco, restando peraltro su posizioni molto radicali. Tuttavia, nel 1933, appena arrivato negli Stati Uniti, scrive a Wieland Herzfelde che lo incitava a disegnare per le riviste comuniste: «L’essermi occupato di idee comuniste mi ha distrutto completamente...I marxisti sono dei bugiardi o degli stolti consapevoli».
Ralph Jentsch, curatore della mostra e del ricco catalogo Skira, sottolinea a proposito del Grosz politico che «nonostante i contenuti abbiano una precisa collocazione storica, le sue opere sono ancora spiccatamente attuali: sono la testimonianza degli eventi e dei timori che nella storia si ripetono». In realtà, è difficile giudicare le opere di Grosz senza collocarle in un periodo storico preciso. Egli è futurista e dadaista, ma soprattutto è un moralista a senso unico, «il terrore dei borghesi».
Nessuno nega che sia stato anche il dandy con il viso incipriato e le labbra tinte di rosso, ma questi suoi atteggiamenti sono sempre al servizio dell’artista militante che dissacra una società intera. I suoi bersagli sono i borghesi filistei, i militari prima di tutto, i capitalisti veri o presunti poi, i «pescecani» di ogni genere, i politici e le donne viste quasi sempre come prostitute. È un mondo dove il male domina assoluto e nessuno può salvarsi. Lo stesso «uomo nuovo» è un automa senza testa. Così gli Stati Uniti, che lo accolsero esule, non sono diversi per lui dalla Germania nazista. D’altra parte, nel 1927 non aveva disegnato una Statua della Libertà con la veste sporca di sangue e che stringeva, al posto della fiaccola, una sedia elettrica?