Furore Garbajosa e Grecia «matata»: Spagna mondiale

Il lungo ex-Treviso e Navarro non fanno rimpiangere Pau Gasol. Trionfo degli iberici con il ct in lutto

Oscar Eleni

Josè Vicente Pepu Hernandez, il ribelle nato al Ramiro, nel cuore della genuina scuola cestistica degli Estudiantes madrileni, dimentica il suo lutto, la morte del padre avvenuta nella notte, nasconde ai giocatori l’angoscia, combatte per quello che è stato sempre l’ideale della sua vita di allenatore, uomo che guida ragazzi nel fiore dell’esistenza, trasforma in farfalle con il pungiglione questi spagnoli del basket che diventano squadra dimenticando Catalogna, Castiglia, Basconia, Asturie, Galizia, e, come dice un poeta giapponese, sono stati capaci di volare fra i garofani greci portando via il loro spirito nell’isola di Honsu.
Spagna mondiale per aver creduto nei sentimenti, oltre che nel talento, per non essersi depressa quando Pau Gasol, eletto miglior giocatore della festa, anche se non ha giocato la finale per la frattura del quinto metatarso del piede sinistro, ha speso le sue lacrime su una carrozzina di fianco alla panchina, abbracciato a suo fratello Marc, una rivelazione della finale (7 rimbalzi), perché non poteva camminare. L’assenza della stella ha confuso e illuso i cacciatori di Panagiotis Yannakis che avrebbe dovuto rompere molto prima dell’ultimo quarto la lavagnetta sulla quale gli allenatori ricordano ai giocatori i movimenti per l’attacco o la difesa. Una questione di testa, come sempre nel grande sport e chi pensava ad una marcia trionfale si è trovato quelle farfalle pungenti sotto la maglia, dentro la testa, incapace di fermare il furore di Jorge Garbajosa (20 punti in 38’, 6 su 11 da 3, 10 rimbalzi) - che Treviso, esaltandone l’atipicità, quel tiro da 3 mai usato prima, ha restituito campione alla Spagna, incredula davanti a tale trasformazione - impotente contro la fantasia creativa di Juan Carlos Navarro (20 punti, un tiro, una sentenza anche fuori equilibrio), l’uomo dal braccio d’oro cresciuto a Sant Feliu di Llobregat e diventato campione con il Barcellona.
Finale senza storia, più 20 punti a metà gara, 23 alla fine, con la Grecia disperata alla ricerca di quello che aveva lasciato nelle lenzuola del corpo a corpo con gli Stati Uniti già sognando la parata al vecchio stadio Olimpico. Difetti della cultura mediterannea e la Spagna dei toreri è diventata più spontanea. Autorizzata a perdere dal destino è diventata magnifica commuovendo il suo re, il suo primo ministro, i 13.000 che erano davanti al maxischermo al palazzo dello sport di Madrid, quelli che a Barcellona giuravano di non essere rassegnati perché Navarro è loro figlio, quelli che a Malaga sapevano che Garbajosa sarebbe stato l’uomo della partita. Oggi saranno loro a godersi il trionfo, così come ieri sono stati loro a godersi la finale proprio come doveva essere giocata: sfavoriti, ma prima devono battere la nostra difesa, loro più forti, ma prima dovranno organizzarsi e giocare insieme anche a protezione del canestro. Non è accaduto. Yannakis ha mosso gli scacchi come sempre, ma se segni il 38% da 2 punti, allora diventi prigioniero e quando Vasileios Spanoulis, il ventiquattrenne di Larissa che aveva stordito gli americani, sbaglia 10 tiri su 11, puoi considerarti prigioniero perché i tuoi centri vengono annullati e ridicolizzati dai 15 rimbalzi offensivi della Spagna. Chi crede ai capricci degli dei nello sport pensa davvero che questa Grecia, campione d’Europa, deve aver fatto qualcosa per disturbarli dopo la vittoria storica sugli Usa. Incantati da Circe, storditi dalle sirene. Nessuna reazione, mai un rientro in partita.
Felicità spagnola perché, come dicevamo alla vigilia, niente è nato per caso, anche se la nazionale ha sempre sofferto la mancanza di comunicazione che questa volta è stata perfetta perché Pepu Hernandez, come faceva all’Estudiantes, quando sfidava il Real, si batteva contro le grandi di Spagna o d’Europa, ha messo insieme ragazzi che erano amici dai tempi del campetto.
Un segreto semplice per Pepu il barbuto che crede nei sentimenti e che ha nascosto la sua angoscia. Ora è lui, principe ribelle del basket spagnolo, a vincere il primo oro nella storia del baloncesto iberico, questa 15ª edizione dove gli Stati Uniti non sono riusciti a far diventare amici giocatori troppo ricchi di ego, ancora senza oro dopo Sydney 2000. Sei anni a dare risposte arroganti e come dice Boscia Tanjevic, l’unico leone rimasto indomabile nel circo Fiba, a trattare gli altri come schiavi, portando via talenti appena sbocciati a cui non sono capaci d’insegnare né a giocare né a vivere. Ci sarebbe da riflettere, ma non lo farà nessuno, perché loro manderanno in giro per il mondo quelli che Boscia chiama i condor, recluteranno, illuderanno e poi considereranno ancora campioni del mondo i giocatori che vinceranno il titolo Nba, con la stessa sicumera degli inglesi nel calcio, degli urlatori mediatici che avranno già la scusa pronta, dopo essere diventati sushi in Giappone.