Furti al supermarket, in cassa paghiamo noi Per ogni cliente un conto di 157 euro l’anno

Con la crisi economica aumenta il taccheggio: vale fino al 7% del fatturato della grande distribuzione. Tra gli scaffali si ruba sempre di più. E in tre casi su dieci il responsabile è un dipendente del negozio

Milano - Una pensionata «pizzicata» all’uscita di un super di Milano aveva la borsa piena zeppa di funghi porcini. Un altro signore, anche lui insospettabile, aveva pagato sei bottiglie di barbera sostituite, nella scatola, con il più pregiato barolo.
La fantasia dei taccheggiatori a volte può strappare un sorriso. Ma non ai responsabili della sicurezza della grande distribuzione che sul tema preferiscono tacere perché, si sa, ammettere i furti, significa incentivarne altri. Ma il problema è sotterraneo quanto gigantesco. E la crisi economica ha esteso le ruberie dai classici, come le lamette da barba (ogni quattro confezioni la quinta sparisce), i prodotti di bellezza, le pile, le cartucce per stampanti, dvd, videogame, cd musicali. Ora c’è anche il Parmigiano reggiano che fa gola, la carne e i salumi. I liquori vanno sempre a ruba tra i ladri, costano tanto e si imboscano facilmente specie d’inverno quando si indossano i giacconi. E se sparisce un brandy, un super deve vendere altre venti bottiglie per recuperare il costo. Ma naturalmente i prezzi alla cassa lievitano.

I costi per i consumatori. Già, perché, le perdite che subisce la grande distribuzione da qualche parte vanno recuperate. Dove? Dalle tasche dei clienti onesti che trovano prezzi rincarati negli scaffali. Infatti, ogni famiglia spende circa 157 euro all’anno in più per ammortizzare i costi dei furti subiti dai supermercati. E la cifra non è un’illazione, ma la stima della Checkpoint System, l’agenzia internazionale che studia le soluzioni contro i furti nei negozi. Nelle voci di bilancio, le ruberie si chiamano elegantemente «differenze inventariali». Ma è proprio quella voce che fa comprendere la portata del fenomeno dei taccheggi. La media dichiarata dalle marche più famose, per esempio, si aggira attorno all’1,4% del fatturato, una somma vertiginosa se si pensa che l’utile medio di una catena di supermercati non supera l’1%. In pratica, un iper che fattura mediamente 80 milioni di euro, dichiara una differenza inventariale di 1.120.000. Ma nelle catene dei piccoli supermercati, non dotati dei sofisticati sistemi di sicurezza, la differenza inventariale incide anche del 3-4% sul fatturato.

Il peso dei furti nel retail. I furti dunque sono una voce pesante soprattutto in un periodo di crisi economica dove i super cercano di contenere i prezzi per favorire la clientela. Basti pensare che ogni anno sparisce merce per oltre 3 miliardi di euro, una cifra che lievita di anno in anno.

Un super si confessa. Il responsabile della sicurezza di una grossa catena alimentare nazionale ammette, in anonimato, che dai taccheggi non si salva nessuno. Anche perché la metà dei prodotti più sensibili ai furti rimane ancora non protetta e quest’anno la quota degli ammanchi è salita del 10% rispetto all’anno scorso. Le grandi città sono le mete più bersagliate. Roma è quella più colpita, seguita da Milano, Catania e Palermo. I super di provincia, invece, sono i meno colpiti. Ancona, per esempio, sembra un’isola felice: zero ammanchi in 12 mesi.

L’identikit dei taccheggiatori. Le isole felici, però, sono rare. In realtà, nei market, la manolesta è di casa. C’è la ragazza che si rifà il trucco a spese nostre, il pensionato che pianifica la spesa per la settimana. Metà dei furti è opera di clienti. Seguono a ruota i dipendenti (28,4%). Discorso a parte meritano le bande di ladri di professione che stazionano fissi nei super e accettano «prenotazioni» per la spesa a basso costo. Tu paghi il 30% del costo di un articolo e loro ti procurano quello che vuoi con tecniche collaudate: il complice che distrae la guardia o lo zaino isolato con la stagnola che annulla le etichette magnetiche. E il gioco è fatto.