Il furto? È di sinistra Come l’oppio (e l’ovvio)

In conformità alla posizione pro Unione assunta dal direttore Paolo Mieli, il Corriere della Sera spreca mezza pagina per intervistare Fabrizio Rondolino, «l’ex Lothar dalemiano», come recita il titolo. Siccome non tutti hanno avuto la fortuna di formarsi sui fumetti di Mandrake, va chiarito che il signore in questione, candidato al Senato per lo Sdi-Rosa nel pugno, è un ex cronista dell’Unità divenuto portavoce di Massimo D’Alema quando questi era presidente del Consiglio e costretto a lasciare Palazzo Chigi in seguito alla pubblicazione di un romanzo pornografico che gli valse sull’Espresso il titolo di «Cicciolino rosso».
Rondolino è molto colto, infatti è stato consulente del Grande fratello. Una volta sulla Stampa ha scritto che l’incenso promana dai truogoli: venendo da Porci con le ali, crede che i maiali grufolino nei turiboli. Il suo periodare non passa mai inosservato. Ecco un esempio: «Sappiamo fin troppo bene che non è bello quel che è bello, ma è bello quel che piace». Eccone un altro: «Martedì si conoscono ad una festa. È una festa piena di gente accaldata, superficiale e inutile. Tuttavia è una festa». E un altro ancora: «Volevamo vedere il mare, volevamo andare a vedere il mare. Ma non pensavamo fosse così bello. Non pensavamo fosse così bello essere insieme a guardare il mare. Abbiamo visto il mare, ci siamo abbracciati guardando il mare, e non riuscivamo a smettere. Non pensavamo fosse così bello essere insieme».
L’intervista sul Corriere cominciava con questa battuta di Rondolino: «Non me ne frega niente di far politica. Ho già dato». Non è esatto: semmai ha già tolto. Ma sì, ha commesso un furto. La sconcertante rivelazione è apparsa l’ottobre scorso a sua firma su Donna moderna, nella rubrica Casa Rondolino, quella in cui «ogni settimana Fabrizio Rondolino, scrittore, giornalista e padre di due figlie, ci racconta emozioni, piaceri e fatiche di un papà». Sentite di quali fatiche è capace l’ex consigliere di D’Alema: «Ho fatto una cosa che mai avrei dovuto fare. E siccome l’ho fatta, tanto vale confessarla pubblicamente. Dunque: ci hanno rubato l’antenna dell’autoradio. Cose che capitano, soprattutto con le antenne di una volta, che si svitano con estrema facilità. È stata Bianca, che ha molto più spirito di osservazione di me, ad accorgersene e a dirmelo. Così mi è venuto in mente di fare la cosa che non avrei mai dovuto fare, tantomeno con mia figlia: le ho proposto di andare a rubarne un’altra. Proprio così. Siamo usciti di casa dopo cena e abbiamo cominciato a passeggiare per il quartiere. Bianca faceva la vedetta, io seguivo con fare circospetto. L’antenna da svitare l’abbiamo trovata quasi subito. Poi siamo tornati alla macchina e l’abbiamo avvitata. Ho capito subito di aver sbagliato: perché non si rubano le antenne, e ancor meno lo si fa perché si è stati derubati. E poi perché un genitore deve stare dall’altra parte, e non confondere la comprensione con la complicità. Tutto vero, e prometto che non capiterà più».
Embè, morta lì? Ma come, capisce subito d’aver sbagliato però non torna sui suoi passi a riavvitare l’antenna rubata sull’auto del legittimo proprietario? E non si vergogna? Sarebbero queste le «emozioni» e i «piaceri» che trasmette alle due figlie? Evviva. Più che il Lothar di Mandrake ricorda il Gambadilegno di Topolino.
Del resto nell’intervista al Corriere il buon padre di famiglia – un vero esempio di integrità morale per tutta la sinistra, caro Mieli – si autoassolve: «Siamo ragazzi vivaci. Persone libere». Non senza averci notificato che voterà con molta coerenza Ds al Senato e Radicali alla Camera e che, da eletto, s’impegnerà a «liberalizzare le droghe leggere, perché la dipendenza da marijuana è come quella da tabacco», anzi a suo avviso è giunto il momento di «affrontare un discorso serio sulle droghe pesanti: ce ne sono alcune, come l’oppio e la cocaina, che sono ormai culturalmente accettate», al pari dell’ovvio, si direbbe.
Fortuna vuole che quest’uomo di cultura abbia, per sua stessa ammissione, zero probabilità di farcela, il 9 aprile, nelle liste della Rosa nel pugno. Esito scontato per chi non ha mai avuto nemmeno la prosa, nel pugno. Al massimo l’antenna.
TESTONI NUCLEARI. Sulla Repubblica si dà conto del «super missile di Blair», studiato in combutta con quell’altro turpe guerrafondaio di Bush: «Sono 4 i sommergibili nucleari britannici, ciascuno trasporta 6 missili a testata multipla di 12.000 metri di gittata». Terribili, davvero. Da Cinisello Balsamo potrebbero colpire piazza del Duomo a Milano, se il Lambro fosse navigabile. Come avrebbe salutato La Repubblica l’invenzione della catapulta durante le guerre puniche?
SESSO D’ANNATA. Sul Messaggero, nella rubrica A tu per tu, Roberto Gervaso commemora il primo coito della sua vita nella cantina di casa, con tale Elsa, sdraiata su una prima pagina dell’annata 1962 del Corriere della Sera: «Mentre consumavo il meraviglioso rito, l’occhio mi cadde sul titolo dell’editoriale che portava l’autorevole firma del direttore: “Presto e bene”. Presto feci. Bene, no. Feci malissimo». Passano appena cinque giorni e Gervaso, nella stessa rubrica, rievoca: «Il primo assalto lo consumai sulla collezione del Corriere della Sera che, nel gennaio del 1955, in apertura, pubblicava l’editoriale di Mario Missiroli, allora direttore del quotidiano, dall’ambiguo titolo “Presto e bene”. Presto feci. Bene, no. Feci malissimo». Data la celerità del rapporto, forse andava meglio la collezione dell’Espresso. Ma nei sette anni che Missiroli lasciò passare tra il fondo del 1962 e quello del 1955 come si sarà arrangiato Gervaso?
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