Fusa e litigi tra Pasotti e la Rocca in una sfilza di banalità assortite

Cento ne fa e una ne pensa il multiforme Maurizio Costanzo. Peccato che quell’una, a volte, non sia una gran pensata. Basta vedere la loffia commedia sentimentale Voce del verbo amore, di cui ha scritto soggetto e sceneggiatura, affidandone la regia ad Andrea Manni, già autore del passabile Il fuggiasco. In verità scappare dalla sala è una tentazione irresistibile per lo spettatore meno paziente, presto arcistufo dei tiramolla tra Giorgio Pasotti e Stefania Rocca. Siamo a Roma, Ugo è un rampantissimo architetto, Francesca una floricultrice, che si tiene i due (insopportabili) bambini dopo l’amichevole separazione a dodici anni dalle nozze. Lui è afflitto dal padre, vedovo e scroccone; lei è pungolata dall’amica Gioia (Cecilia Dazzi) che la spinge a cercarsi un altro. Sfortuna vuole che la signora incappi nel filarino di gioventù Ernesto, nel frattempo diventato gay; Ugo invece s’accende per la bionda addetta all’ambasciata danese Matilda (Magdalena Grochowska). Flirt che scatena la gelosia di Francesca: forse ci amiamo ancora. Insomma una sfilza di banalità assortite attorno alla coppia che stavolta si ricompone dopo lo scoppio. Tra tante figurine inutili (come la colf ucraina colpevole di statosferiche bollette telefoniche) e squarci della Roma più turistica (il Pincio e il Colosseo) Pasotti e la Rocca si inseguono con mille smorfie, incerti se ridere o piangere.

VOCE DEL VERBO AMORE (Italia, 2007) di Andrea Manni con Giorgio Pasotti, Stefania Rocca. 88 minuti